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TITANIC

La nuova rotta potrebbe essere quella di un’inedita unità nella responsabilità.

la LUNA nuova – Luglio 2025

Andrea Fratti

Dal momento in cui l’orologio segnò le 23:40, bastarono solo 2 ore e 40 minuti prima che tutto finisse.
Il tempo medio di una partita di tennis fu sufficiente per mandare in fumo tre anni di lavoro, per perdere 1,5 milioni di sterline, pari oggi a circa 95 milioni di Euro, per vanificare il lavoro di quasi 3.000 operai. Furono inutili tutti i tentativi di correzione e di salvataggio, dovendo assistere impotenti e atterriti al tracollo della Belle Époque, al tramonto improvviso e traumatico di un’epoca sfarzosa segnata dalla fiducia completa nel progresso scientifico e tecnologico.

Alle 23:40 di quel 14 aprile 1912 una piccola orchestra ancora suonava nel salone di prima classe: gli otto musicisti, reclutati tra grandi alberghi e bar di Londra, erano professionisti dalla formazione classica, ma capaci di interpretare anche le novità del ragtime britannico. Quando l’alto comando ordinò loro di proseguire a suonare ad ogni costo, loro obbedirono eroicamente. Mentre i tavolini massicci e le poltrone ricamate iniziarono a scivolare, mentre la cristalleria si infrangeva a terra, mentre la scalinata in quercia inglese scricchiolava, mentre i soprammobili in stile georgiano e rinascimentale si capovolgevano senza tregua, mentre le balaustre in ferro battuto in stile Luigi XIV si contorcevano, la piccola orchestra continuò a suonare.

L’ultimo brano non è certo: alcuni sostengono sia stato “Londonderry Aria”, per altri fu un valzer lento e sentimentale come “Sogno d’autunno”, anche se la maggior parte dei testimoni ricorda le note dell’inno “Nearer, My God, To Thee”. Per calmare e tranquillizzare i passeggeri, gli otto musicisti suonarono in mezzo alla tragedia e qualcuno giura di aver visto spettatori battere il tempo con i piedi e con le mani, distraendosi prima dell’inevitabile.

Oggi il simbolo di quel presunto dominio umano sul mondo si trova a 4.000 metri di profondità nell’oceano Atlantico, al largo di Terranova: il Titanic è diventato un patrimonio culturale subacqueo impareggiabile. Le colpe evidentemente furono molte, ma i nomi dei colpevoli si perdono insieme a quelle delle 1.500 vittime e dei 705 sopravvissuti, tutti quanti accomunati dal destino del più celebre naufragio della storia.

Chissà quante sono ogni giorno le navi metaforiche che si inabissano, spezzate da improvvise tempeste, colpite da iceberg, incapaci di prendere le giuste precauzioni o solo terribilmente sfortunate. I nostri naufragi, segreti o pubblici, superabili o catastrofici, esauriscono la sensazione di controllo, lasciandoci spauriti sulla pista da ballo di un mondo improvvisamente impazzito.
Provando faticosamente a ricacciare indietro la tentazione irrefrenabile e “bestiale” di dividere tra giusti e rei, di sfogare la rabbia e il rancore contro i presunti colpevoli, di separare in parti e in partiti, la nuova rotta potrebbe invece essere quella di un’inedita unità nella responsabilità, affinché un malinconico valzer o un inno che supplica la vicinanza di un dio sconosciuto non rappresenti anche il nostro ultimo ballo.

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