TERZA PAGINA

Accettiamo quindi che, davanti ad alcuni aspetti straordinariamente alti o incredibilmente vili, siamo miseramente destinati a rimanere muti.
Andrea Fratti
C’è qualcosa di magico nel chiamare per nome cose e persone. Tutte le grandi tradizioni culturali occidentali lo hanno evidenziato fin dall’antichità, eppure questa lezione, proprio rimanendo in piena vista, è ancora ammantata da un’aura di segretezza.
Già nel pensiero antico, la conoscenza del nome garantiva una sorta di potere: Giacobbe lotta con l’angelo per scoprirne l’identità, Adamo ha il primo compito di “battezzare” animali e uccelli, nei comandamenti diventa addirittura esplicito il divieto di utilizzare il nome divino. E se la religione si pone come rivelazione, tocca alla biologia riconoscere che chiamare per nome costituisce una facoltà prettamente umana, capace di segnalare un passaggio decisivo nella crescita del bambino, proiettandolo verso un progressivo controllo sul mondo che lo circonda. Dal momento in cui iniziamo a conoscere i nomi, in qualche modo possediamo, perché riconosciamo una sorta di essenza che distingue e separa, che ci permette di catalogare, classificare e suddividere.
Questo lungo preambolo non serve a riconoscere la giusta dignità alla tassonomia (ovvero “lo studio teorico della classificazione, attraverso la definizione esatta dei principî, delle procedure e delle norme che la regolano”, come riporta la Treccani), ma consente di affacciarci sulla grandiosa capacità che, lungo questi secoli di storia, abbiamo affinato nel nominare, incasellare e normare ogni minimo aspetto.
Oggi esistono nomi per tutto e, ancora meglio, abbiamo regole e sistemi per crearne di nuovi di fronte alle varie evenienze e novità, includendo e allargando, vagliando e aggiustando un patrimonio linguistico sconfinato e apparentemente destinato a un’ideale perfezione. Abbiamo tutto l’occorrente per chiamare le cose con il giusto termine, oltretutto facendo leva su quadri normativi stringenti. Eppure… anche le maglie soffocanti di tali regole non possono contenere una variabile imprevedibile, che si nasconde non nel sistema di nomenclatura, ma nel soggetto che ne dispone. Gli uomini, infatti, per una lunga sequela di fattori, entrano in difficoltà e si ribellano alle regole che loro stessi hanno creato. È così che finiscono le parole nei momenti meno opportuni: le dimentichiamo o, più spesso, ci rifiutiamo di utilizzarle. Può capitare, ad esempio, che davanti a certe evidenze indubitabili e indiscutibili, passiamo giornate intere a interrogarci, tentennare, balbettare e discutere su un termine che, invece, sarebbe ovvio. Anni interi per dare una definizione, per riconoscere un nome, che come sempre arriverà fuori tempo massimo, quando non potrà più avere l’effetto sperato.
Ma forse, anche questa paralisi linguistica inattesa e sorprendente è una proprietà della specie umana. Probabilmente, davanti a cose troppo grandi, torniamo inconsapevolmente bambini, ingannandoci che sigillare la bocca equivalga a non riconoscere e a non accettare. Capita spesso davanti a ciò che è così grande che pare travolgerci, nel bene e nel male. D’altronde, se anche la maestria di Dante Alighieri nulla ha potuto al cospetto della somma bellezza divina, accettando come “Trasumanar significar per verba / non si poria”, chi siamo noi per fare meglio? E se per Rainer Maria Rilke “Le cose più profonde non si possono dire”, se per Virginia Woolf a volte “La bellezza è così forte che non la si può dire”, se per Joseph Conrad il male assoluto si arresta ad “orrore” e se per Primo Levi “Ciò che è accaduto, ora che è accaduto, è in qual modo indicibile”, chi siamo noi per mirare oltre?
Accettiamo quindi che, davanti ad alcuni aspetti straordinariamente alti o incredibilmente vili, siamo miseramente destinati a rimanere muti. Riconosciamolo pure questo limite e inseriamolo all’interno di una lunga lista. Eppure, davanti al sangue, all’odio, alla distruzione, al genocidio, rimane la vaga sensazione che non chiamare per nome non dipenda da un ostacolo congenito e insormontabile, ma dalla ferma volontà di trincerarci in uno stadio infantile che pare proteggerci, ma che invece ci condanna inesorabilmente.


