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L’ANTILINGUA

TERZA PAGINA

La LUNAnuova, dicembre 2024

Quando il significante è sempre più lontano dal significato, non si capisce se lo scopo sia quello di darsi delle arie o, ancora peggio, se la volontà sia quella di confondere e distrarre.

Andrea Fratti

Ogni giorno, soprattutto da cent’anni a questa parte, per un processo ormai automatico, centinaia di migliaia di nostri concittadini traducono mentalmente con la velocità di macchine elettroniche, la lingua italiana in un’antilingua inesistente. Avvocati e funzionari, gabinetti ministeriali e consigli d’amministrazione, redazioni di giornali e di telegiornali scrivono, parlano, pensano nell’antilingua.
Caratteristica principale dell’antilingua è quella che definirei il “terrore semantico”, cioè la fuga di fronte a ogni vocabolo che abbia di per se stesso un significato, come se “fiasco”, “stufa”, “carbone” fossero parole oscene, come se “andare”, “trovare”, “sapere” indicassero azioni turpi. Nell’antilingua i significati sono costantemente allontanati, relegati in fondo a una prospettiva di vocaboli che di per se stessi non vogliono dire niente o vogliono dire qualcosa di vago e sfuggente. Abbiamo una linea esilissima, composta da nomi legati da preposizioni, da una copula o da pochi verbi svuotati della loro forza, come ben dice Pietro Citati che di questo fenomeno ha dato un’efficace descrizione. Chi parla l’antilingua ha sempre paura di mostrare familiarità e interesse per le cose di cui parla, crede di dover sottintendere: “Io parlo di queste cose per caso, ma la mia ‘funzione’ è ben più in alto delle cose che dico e che faccio, la mia ‘funzione’ è più in alto di tutto, anche di me stesso”.
Era il 3 febbraio 1965 quando Italo Calvino descriveva così una deriva della lingua italiana, notando come questa tendesse a camuffarsi nel momento in cui entrava in uffici pubblici, in salotti altolocati, in redazioni, caserme e studi di professionisti. Ogni più semplice espressione pareva doversi necessariamente nascondere sotto un’immagine apparentemente più elegante, ma in realtà solo pesantemente truccata e inutilmente cotonata. Il rapporto tra lingua e realtà si allentava e, con l’impressione di darsi un tono, i parlanti finivano per ridicolizzarsi, dandosi vanto del superfluo, tanto che l’autore concludeva scrivendo: “La motivazione psicologica dell’antilingua è la mancanza d’un vero rapporto con la vita, ossia in fondo l’odio per se stessi. La lingua invece vive solo d’un rapporto con la vita che diventa comunicazione, d’una pienezza esistenziale che diventa espressione. Perciò dove trionfa l’antilingua – l’italiano di chi non sa dire ho ‘fatto’, ma deve dire ‘ho effettuato’ – la lingua viene uccisa”.
E oggi? Difficile tracciare in poche righe il quadro dell’italiano “ufficiale”, eppure, a fronte di un progressivo impoverimento espressivo in quasi tutti gli ambiti, alcuni casi politici dimostrano come l’antilingua stia comunque galoppando, superando nuovi traguardi. Così, si filosofeggia di “cambiamenti paradigmatici”, tra “infosfera globale” e “l’entusiasmo passivo che rimuove i pericoli della ipertecnologizzazione e per converso l’apocalittismo difensivo che rimpiange l’immagine del mondo trascorso”.
Quando chi parla non tiene conto degli ascoltatori e del contesto, quando il significante è sempre più lontano dal significato, non si capisce se lo scopo sia quello di darsi delle arie o, ancora peggio, se la volontà sia quella di confondere e distrarre. Se, poi, chi sproloquia è chi dovrebbe guidare e fornire chiarimenti, è ovvio che diventi davvero complicato credere che chi parla non solo non possieda le risposte, ma che non abbia nemmeno capito le domande. Ecco, quindi, che la frase: “Verso un futuro che grazie anche alle nuove norme europee, sempre di più si investe e costruisca dei cicli positivi, diciamo, delle circolarità uscendo dal modello lineare” venga addirittura pronunciata con la ferma convinzione che possieda pure un senso.
Ironico, poi, che, passando dalle sedi nazionali a quelle internazionali, l’antilingua della politica italiana si trasformi improvvisamente in un inglese elementare, con cui una delle conquiste maggiori sia affermare che la “pen is on the table”.
In fondo, come davanti ad ogni studente impreparato, non si sa se il voto peggiore lo meriti chi inventa infiniti discorsi senza senso pur di non fare scena muta o chi spiccica due parole tremolanti e sgrammaticate, seppur vagamente corrette.

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