Home / Terza pagina / HA SENSO TUTTO QUESTO?

HA SENSO TUTTO QUESTO?

TERZA PAGINA

La LUNA nuova, giugno 2018

Che la soluzione a eventuali minacce sia la progressiva chiusura tra pareti di leggi, codici e fogli timbrati lascia qualche perplessità.

Andrea Fratti

Questo numero della «Luna» è chiaramente “estivo”. Esce non casualmente ora, è fortemente incentrato sugli appuntamenti dei mesi a venire e cova la speranza di poter rappresentare non solo il tradizionale contenitore di notizie, storie e opinioni di Palagano e dintorni, ma anche un punto di riferimento per sapere tutto quello che succederà prossimamente sul nostro territorio.
Se guardate bene il calendario degli eventi, vedrete quante siano le attività proposte, a testimonianza di un’offerta di intrattenimento, svago e sport sempre più ricca e che ha come forza trainante il volontariato. Cuochi, camerieri, pubblicitari, grafici, arbitri, allenatori, cantanti e musicisti: sono tanti i ruoli che vengono improvvisati dai nostri compaesani, pur di creare un avvenimento e di farlo riuscire. Ma se in un futuro non troppo lontano simili appuntamenti non ci fossero più? Quali ripercussioni avrebbe un paese come Palagano, che vive di un turismo costituito in prevalenza da famiglie in cerca di aria pulita a prezzi contenuti e di svaghi accessibili?
Non si stanno facendo ipotesi azzardate o disfattiste, il pericolo che l’organizzazione di eventi subisca rallentamenti e incontri ostacoli crescenti è molto concreta. Anno dopo anno, infatti, non fanno che aumentare le norme, i doveri burocratici, le leggi, i regolamenti che vincolano simili attività, finendo per soffocarle. La sensazione è quella che le autorità pubbliche vogliano professionalizzare anche ambiti storicamente ad appannaggio del volontariato e che sono sempre esistiti solo grazie ad un impegno extra-lavorativo, spontaneo e genuino. La deriva è quella di caricare il volontario di responsabilità smisurate, fiaccandone, a lungo andare, la passione e la disponibilità.
Che le cose stiano andando in questa direzione è fin troppo evidente. La somministrazione di cibo e bevande, l’uso di strutture, l’utilizzo di strumenti e apparecchi, l’installazione di servizi igienici, la predisposizione di vie di fuga, la presenza di mezzi di soccorso, le modifiche della viabilità, le comunicazioni alle forze dell’ordine, le autorizzazioni dell’Amministrazione, la domanda di occupazione suolo pubblico, la SIAE… sono solo alcuni degli adempimenti per organizzare un evento e l’elenco potrebbe proseguire a lungo. La recente “Circolare Gabrielli”, in tal senso, non ha fatto che aggiungere l’ennesimo capitolo nell’infinito libro della normativa per gli eventi, rendendo obbligatori presidi di sicurezza, il servizio d’ordine, le barriere per delimitare l’area, il monitoraggio punti d’accesso… A fronte della crescente mole di doveri, ovviamente molti organizzatori si sono scoraggiati e hanno deciso di non replicare storici eventi: basta dare un’occhiata anche solo alla cronaca del modenese, per rendersene conto. La domanda sorge, quindi, spontanea: ha senso tutto questo?
Incidenti e tragedie, fin troppo frequenti, spingerebbero a rispondere affermativamente. La sicurezza e il benessere degli individui val bene le ulteriori limitazioni normative. In effetti, la risposta che la nostra società ha saputo dare al pericolo è stata quella di creare leggi e apparati burocratici dettagliati e stringenti: regolarizzare ogni singolo aspetto ci trasmette, infatti, la sensazione di controllare la realtà, limitando al massimo ogni spazio per l’imprevedibile, per il caos e, quindi, per il pericolo. Ma siamo davvero certi che sia così? Siamo sicuri che codici chilometrici e plichi di carte da firmare risolvano il problema della sicurezza. E, soprattutto, queste precauzioni che costo hanno?
Che la soluzione a eventuali minacce sia la progressiva chiusura tra pareti di leggi, codici e fogli timbrati lascia qualche perplessità: più che una strada risolutiva sembra essere una reazione scomposta ad una paura confusa e piuttosto indefinita. Che le sfide della contemporaneità vengano affrontate tramite la costruzione di progressive mura appare una mossa disperata, fornita da chi non sa come rispondere efficacemente ai problemi reali e ricorre ad illusioni, che rincuorano e nascondono i pericoli. Insomma, per farla semplice: davvero per assicurarci che una persona non ci metta in pericolo dobbiamo creare una legge al giorno? E quando avremo stabilito anche come si debba camminare, come guardare gli altri, come salutare… allora ci sentiremo veramente al riparo da ogni accadimento negativo?
In più c’è da chiedersi il costo di questi interventi normativi. Ogni nuova legge, ogni nuovo modulo, ogni nuovo passaggio burocratico ci trasmetteranno anche sensazioni di controllo e di sicurezza, ma ci privano progressivamente di spazi di libertà. Il gioco vale sempre la candela? Se per vivere tranquilli e sereni dovessimo trincerarci in casa, lo faremmo davvero?
Le domande sono tante, le risposte poche. Forse, però, le norme andrebbero calibrate sulle singole realtà, cercando un giusto compromesso tra sicurezza e libertà, tra l’eccesso di cura e il pressapochismo, tra la marea burocratica e l’incuria irresponsabile. Forse si potrebbe fare qualcosa di migliore, per non adeguarsi al panico indiscriminato nei confronti di eventuali pericoli, ma neppure per alimentare il proverbiale agire incauto “all’italiana”. Probabilmente andrebbe anche considerata la possibilità che una componente d’imprevedibilità nella nostra vita rimarrà sempre e che, se non possiamo fidarci minimamente nemmeno del concittadino a un evento a Palagano, forse il problema non è delle leggi e dei permessi che non vincolano abbastanza i comportamenti, ma di un fallimento profondo nella nostra convivenza civile.

.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *