TERZA PAGINA

Sereno – Bosco di Courton, Luglio 1918
Dopo tanta
nebbia
a una
a una
si svelano
le stelle
Respiro
il fresco
che mi lascia
il colore del cielo
Mi riconosco
immagine
passeggera
Presa in un giro
Immortale.
Andrea Fratti
Se ci fosse una logica, questo numero de La Luna nuova andrebbe intitolato “Forse”, ma il fatto stesso che in copertina non troviate questa parola la dice lunga sulla condizione iniziale.
“Forse” è un avverbio che deriva dal latino forsit, composto da fors (sorte) e sit (sia, sia destino), esprime quindi un dubbio, un’incertezza, un’esitazione, una possibilità. Ecco, il panorama che abbiamo tentato di raccontare, attraverso dati, statistiche, testimonianze, racconti e interviste, è segnato in modo indelebile dal “forse”. La situazione economica del nostro territorio, infatti, appare quanto mai precaria e l’incertezza è paradossalmente l’unica beffarda sicurezza, quando il rischio è presente.
A inizio 2020, le tante attività commerciali chiuse ci hanno spinto ad interrogarci sulle difficoltà economiche a cui vanno incontro i nostri imprenditori, ma il lavoro di ricerca è stato interrotto dall’emergenza sanitaria. Il Covid-19 ha cambiato le carte in tavola e, quando abbiamo messo la testa fuori dopo il lockdown, il panorama era cambiato. Alcuni ostacoli sono diventati insormontabili, alcune fratture voragini, ma, allo stesso tempo, si sono aperti anche spiragli inattesi, dai quali filtra una (ancor debole) luce. Abbiamo ripreso le interviste, aprendo una sezione post-Covid, con la sensazione però di essere “fuori tempo”, forse troppo in ritardo per trattare alcune cose, forse troppo in anticipo per delineare scenari futuri ancora in divenire. Il dubbio di quello che sarà Palagano e, in generale, il nostro territorio appenninico è una premessa inevitabile, ma, se abbiamo capito qualcosa da questo 2020, è che anche le certezze più attendibili, ovvero quelle ottenute con metodo, seguendo regole condivise e dimostrabili razionalmente, nascondono un certo grado di insicurezza. I dibattiti, i litigi, i disaccordi, le teorie contrastanti a livello medico, scientifico, economico (la politica nemmeno andrebbe citata) hanno rivelato come ci sia sempre un “forse”, più o meno nascosto.
Allora, accompagnati da inevitabili avverbi di dubbio, consideriamo questo numero come una serie di fotografie di Palagano, alcune scattate nei mesi pre-Covid, altre nell’immediato post. L’analisi della situazione deve necessariamente spingere a riflessioni, nella speranza che risposte e soluzioni vengano trovate.
Per tutto il resto, però, non rimane che accettare un grado di notevole insicurezza che, in fondo, è da sempre congenito nella nostra natura.
Ungaretti, nel 1918, scriveva su un pezzo di carta di fortuna la poesia Sereno e, pur limitandoci alla vaga atmosfera che evoca il testo senza paragonare condizioni e riferimenti storici, forse anche noi, forse almeno per un attimo, possiamo limitarci a godere del fresco dell’aria aperta e delle stelle che compaiono una ad una.
In quest’estate 2020, recuperiamo le energie che serviranno per affrontare tutti i prossimi “forse”.nel pensiero antico, la conoscenza del nome garantiva una sorta di potere: Giacobbe lotta con l’angelo per scoprirne l’identità, Adamo ha il primo compito di “battezzare” animali e uccelli, nei comandamenti diventa addirittura esplicito il divieto di utilizzare il nome divino. E se la religione si pone come rivelazione, tocca alla biologia riconoscere che chiamare per nome costituisce una facoltà prettamente umana, capace di segnalare un passaggio decisivo nella crescita del bambino, proiettandolo verso un progressivo controllo sul mondo che lo circonda. Dal momento in cui iniziamo a conoscere i nomi, in qualche modo possediamo, perché riconosciamo una sorta di essenza che distingue e separa, che ci permette di catalogare, classificare e suddividere.
Questo lungo preambolo non serve a riconoscere la giusta dignità alla tassonomia (ovvero “lo studio teorico della classificazione, attraverso la definizione esatta dei principî, delle procedure e delle norme che la regolano”, come riporta la Treccani), ma consente di affacciarci sulla grandiosa capacità che, lungo questi secoli di storia, abbiamo affinato nel nominare, incasellare e normare ogni minimo aspetto.
Oggi esistono nomi per tutto e, ancora meglio, abbiamo regole e sistemi per crearne di nuovi di fronte alle varie evenienze e novità, includendo e allargando, vagliando e aggiustando un patrimonio linguistico sconfinato e apparentemente destinato a un’ideale perfezione. Abbiamo tutto l’occorrente per chiamare le cose con il giusto termine, oltretutto facendo leva su quadri normativi stringenti. Eppure… anche le maglie soffocanti di tali regole non possono contenere una variabile imprevedibile, che si nasconde non nel sistema di nomenclatura, ma nel soggetto che ne dispone. Gli uomini, infatti, per una lunga sequela di fattori, entrano in difficoltà e si ribellano alle regole che loro stessi hanno creato. È così che finiscono le parole nei momenti meno opportuni: le dimentichiamo o, più spesso, ci rifiutiamo di utilizzarle. Può capitare, ad esempio, che davanti a certe evidenze indubitabili e indiscutibili, passiamo giornate intere a interrogarci, tentennare, balbettare e discutere su un termine che, invece, sarebbe ovvio. Anni interi per dare una definizione, per riconoscere un nome, che come sempre arriverà fuori tempo massimo, quando non potrà più avere l’effetto sperato.
Ma forse, anche questa paralisi linguistica inattesa e sorprendente è una proprietà della specie umana. Probabilmente, davanti a cose troppo grandi, torniamo inconsapevolmente bambini, ingannandoci che sigillare la bocca equivalga a non riconoscere e a non accettare. Capita spesso davanti a ciò che è così grande che pare travolgerci, nel bene e nel male. D’altronde, se anche la maestria di Dante Alighieri nulla ha potuto al cospetto della somma bellezza divina, accettando come “Trasumanar significar per verba / non si poria”, chi siamo noi per fare meglio? E se per Rainer Maria Rilke “Le cose più profonde non si possono dire”, se per Virginia Woolf a volte “La bellezza è così forte che non la si può dire”, se per Joseph Conrad il male assoluto si arresta ad “orrore” e se per Primo Levi “Ciò che è accaduto, ora che è accaduto, è in qual modo indicibile”, chi siamo noi per mirare oltre?
Accettiamo quindi che, davanti ad alcuni aspetti straordinariamente alti o incredibilmente vili, siamo miseramente destinati a rimanere muti. Riconosciamolo pure questo limite e inseriamolo all’interno di una lunga lista. Eppure, davanti al sangue, all’odio, alla distruzione, al genocidio, rimane la vaga sensazione che non chiamare per nome non dipenda da un ostacolo congenito e insormontabile, ma dalla ferma volontà di trincerarci in uno stadio infantile che pare proteggerci, ma che invece ci condanna inesorabilmente.


