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AVREI BISOGNO DI CONSIGLIARMI CON CAVOUR…

TERZA PAGINA

La LUNAnuova, febbraio 2021

Andrea Fratti

In questo periodo mi capita spesso di pensare a Cavour. Sì, a quel Camillo Benso conte di… Chissà cosa farebbe lui nella situazione attuale? Cosa penserebbe di un’Italia che vive di emergenze e che, non sapendo lavorare seriamente in modo preventivo sul territorio, ha affogato le possibilità d’azione in un mare di apatia cronica e in oceani di burocrazia? Come giudicherebbe un Paese che si muove solo dopo che i problemi sono scoppiati, vuoi un terremoto, il crollo di un ponte, un allagamento o un’epidemia?
Sarebbe deluso e, forse, rimpiangerebbe perfino di aver lottato tanto per l’unificazione nazionale.
Cavour era un uomo deciso, sicuro di sé, nervoso, anche arrogante e presuntuoso, lo si capisce dalle sue azioni pubbliche, ma anche dalle sue lettere private e pagherei oro perché commentasse con quel suo italiano zoppiccante o, meglio, con quel suo francese più sicuro, il calderone politico nostrano, i suoi buffi interpreti e le loro strampalate decisioni. “Evitate gli spostamenti, ma usate il bonus vacanze. Evitate i sovraffollamenti natalizi, ma sfruttate il cashback. Non potete stare nei ristoranti a cena, ma potete stare fino alle 22 in feste casalinghe prive del minimo controllo. A scuola tenete le distanze, ma andate e tornate su bus colmi. Servono mascherine, strumenti per igienizzare l’aria e la riduzione degli studenti per aula, ma fatevi bastare i banchi con le rotelle”. Parbleu, mi sembra di sentire anche ora gli improperi nella lingua d’oltralpe.
Cavour rappresentava una scena politica molto diversa da quella attuale, alla quale potevano accedere solo poche persone, aristocratiche, ricche, circoscritte in una ristrettissima élite. E lui ne era un esempio fulgido: membro di una delle più antiche famiglie piemontesi, tenuto a battesimo dal principe e governatore del Piemonte, Camillo Borghese, e dalla sorella di Napoleone, ovvero Paolina Bonaparte; era talmente ricco da potersi permettere da ragazzo di perdere in un investimento una cifra paragonabile a 500 mila euro, avvisando cortesemente suo padre di saldare il conto. Cavour era per nascita un privilegiato, ma poi si era formato: accademia militare, studi, svariate pubblicazioni saggistiche di economia, viaggi, amore per il mondo inglese, attenta analisi politica, idee riformiste all’avanguardia che lo distinguevano dalle posizioni tipiche della sua classe sociale. Non è un caso che sia diventato uno dei politici più competenti della storia italiana. Talmente competente da sfidare il parlamento, da litigare con il re in persona, tanto competente da essere lungimirante, più del re di Francia, più del sovrano italiano, più di tutti al suo tempo. Oggi spiccherebbe a tal punto nella scena attuale, che sembrerebbe un marziano. E io mi chiedo: come mai?
Rifiutando l’idea di un imbarbarimento del popolo italico, come è possibile che la classe politica ci appaia sempre peggiore? È una nostra sensazione, dovuta al fatto che idealizziamo il passato e demonizziamo il presente? O ha effettivamente basi oggettive? Forse sbagliamo nell’analizzare il problema: invece di fare le pulci ai rappresentanti politici, varrebbe la pena prima esaminare chi ha dato loro appoggio e consenso. Se ci sono alla guida persone poco competenti significa che gli elettori lo sono ancora più oppure che lo stesso nostro sistema democratico ha delle falle. È inevitabile. Forse il potere del voto è decisamente sproporzionato alle capacità di persone che non si preparano, non studiano, non leggono, non conoscono e che diventano facili vittime di raggiri. È paradossale riscontrare come oggi ogni settore sia altamente professionalizzato: servono titoli e corsi per poter fare qualsiasi cosa e, nel momento del bisogno, ognuno di noi pretende di essere assistito dallo specialista migliore su piazza. D’altronde, se ho male a un occhio, voglio l’oculista più in gamba della terra e non chiamo il fabbro per una visita. Eppure, quando si parla di politica, il ragionamento non sembra valere.
Ma, se non siamo capaci di gestire un potere, perché continuare ad averlo? Togliere la politica dalle mani di una ristretta cerchia di privilegiati è stata certamente un’enorme conquista democratica e nella lotta ai diritti, ma, alla luce di oggi, non è stata anche un’azzardata scommessa? Nel 1912, Giovanni Giolitti ha introdotto per la prima volta in Italia il suffragio universale maschile, ma i rischi erano già chiari, infatti esistevano delle “clausole”: potevano votare gli uomini dai 21 anni solo se alfabetizzati, mentre gli analfabeti iniziavano dai 30 anni in poi. Fin dall’origine, cioè, il suffragio è stato vincolato alla formazione, ma mentre tutti i settori del mondo hanno poi continuato sulla linea della preparazione e professionalizzazione, aumentando le richieste e i titoli e le certificazioni (fin all’eccesso, a dirla tutta), per essere un elettore le competenze sono rimaste basilari. Sarà una svista casuale?
La sensazione è che avere elettori impreparati e ignoranti sia una dannazione che nessun paese dovrebbe meritare. Si parla tanto di democrazia diretta, di voti online, ma bisognerebbe interrogarsi sul concetto stesso di democrazia, sulla forza reale che detengono gli elettori e sulle loro effettive capacità in quanto tali. La discussione non andrebbe aperta per rovinare verso disastrose forme autoritarie, ma per valutare le competenze di chi si occupa della cosa pubblica.
Chissà se un’oligarchia illuminata alla Voltaire andrebbe meglio?
Chissà, se davvero non si potrebbero fare proposte o interventi diversi? Il presente è proprio così immutabile?
Di certo, avremmo un gran bisogno di Cavour, ma la realtà è che oggi il politico piemontese non verrebbe mai votato e nessuno lo sosterrebbe mai. Perché? Perché ha l’accento francese, perché è poco simpatico, perché fa poche promesse, perché è un riccone, perché usa paroloni, perché è un quattrocchi.anendo in piena vista, è ancora ammantata da un’aura di segretezza.
Già nel pensiero antico, la conoscenza del nome garantiva una sorta di potere: Giacobbe lotta con l’angelo per scoprirne l’identità, Adamo ha il primo compito di “battezzare” animali e uccelli, nei comandamenti diventa addirittura esplicito il divieto di utilizzare il nome divino. E se la religione si pone come rivelazione, tocca alla biologia riconoscere che chiamare per nome costituisce una facoltà prettamente umana, capace di segnalare un passaggio decisivo nella crescita del bambino, proiettandolo verso un progressivo controllo sul mondo che lo circonda. Dal momento in cui iniziamo a conoscere i nomi, in qualche modo possediamo, perché riconosciamo una sorta di essenza che distingue e separa, che ci permette di catalogare, classificare e suddividere.
Questo lungo preambolo non serve a riconoscere la giusta dignità alla tassonomia (ovvero “lo studio teorico della classificazione, attraverso la definizione esatta dei principî, delle procedure e delle norme che la regolano”, come riporta la Treccani), ma consente di affacciarci sulla grandiosa capacità che, lungo questi secoli di storia, abbiamo affinato nel nominare, incasellare e normare ogni minimo aspetto.
Oggi esistono nomi per tutto e, ancora meglio, abbiamo regole e sistemi per crearne di nuovi di fronte alle varie evenienze e novità, includendo e allargando, vagliando e aggiustando un patrimonio linguistico sconfinato e apparentemente destinato a un’ideale perfezione. Abbiamo tutto l’occorrente per chiamare le cose con il giusto termine, oltretutto facendo leva su quadri normativi stringenti. Eppure… anche le maglie soffocanti di tali regole non possono contenere una variabile imprevedibile, che si nasconde non nel sistema di nomenclatura, ma nel soggetto che ne dispone. Gli uomini, infatti, per una lunga sequela di fattori, entrano in difficoltà e si ribellano alle regole che loro stessi hanno creato. È così che finiscono le parole nei momenti meno opportuni: le dimentichiamo o, più spesso, ci rifiutiamo di utilizzarle. Può capitare, ad esempio, che davanti a certe evidenze indubitabili e indiscutibili, passiamo giornate intere a interrogarci, tentennare, balbettare e discutere su un termine che, invece, sarebbe ovvio. Anni interi per dare una definizione, per riconoscere un nome, che come sempre arriverà fuori tempo massimo, quando non potrà più avere l’effetto sperato.
Ma forse, anche questa paralisi linguistica inattesa e sorprendente è una proprietà della specie umana. Probabilmente, davanti a cose troppo grandi, torniamo inconsapevolmente bambini, ingannandoci che sigillare la bocca equivalga a non riconoscere e a non accettare. Capita spesso davanti a ciò che è così grande che pare travolgerci, nel bene e nel male. D’altronde, se anche la maestria di Dante Alighieri nulla ha potuto al cospetto della somma bellezza divina, accettando come “Trasumanar significar per verba / non si poria”, chi siamo noi per fare meglio? E se per Rainer Maria Rilke “Le cose più profonde non si possono dire”, se per Virginia Woolf a volte “La bellezza è così forte che non la si può dire”, se per Joseph Conrad il male assoluto si arresta ad “orrore” e se per Primo Levi “Ciò che è accaduto, ora che è accaduto, è in qual modo indicibile”, chi siamo noi per mirare oltre?
Accettiamo quindi che, davanti ad alcuni aspetti straordinariamente alti o incredibilmente vili, siamo miseramente destinati a rimanere muti. Riconosciamolo pure questo limite e inseriamolo all’interno di una lunga lista. Eppure, davanti al sangue, all’odio, alla distruzione, al genocidio, rimane la vaga sensazione che non chiamare per nome non dipenda da un ostacolo congenito e insormontabile, ma dalla ferma volontà di trincerarci in uno stadio infantile che pare proteggerci, ma che invece ci condanna inesorabilmente.

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