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L’IMMAGINE DELLA GUERRA

TERZA PAGINA

La LUNAnuova, aprile 2022

Le certezze del conflitto sono gli elementi a cui prestiamo meno attenzione.

Andrea Fratti

Dalle narrazioni scolastiche alle solennità patriottiche, dai romanzi ai videogiochi, dalle pellicole cinematografiche alle leggende epiche, lo scontro bellico tende ad assumere tradizionalmente contorni mitici, intrisi di un eroismo che si nutre di muscoli poderosi, fendenti imparabili, tenacia che supera il dolore, strategie geniali, colpi indimenticabili. Il racconto di guerra alimenta così un immaginario sconfinato finalizzato ad eccitare, motivare, commuovere ed esaltare, risvegliando componenti umane profonde, che forse quotidianamente siamo abituati a mascherare (sempre meno? Sempre di più? Mah, chissà…).
Il rumore dei cavalli al galoppo, il boato di un’esplosione, la pioggia di frecce, il muro di scudi, gli schieramenti della fanteria, i colpi dei cecchini, la terra bruciata… Sono tanti gli elementi che ognuno di noi impara, memorizza ed interiorizza, fin da quando è piccolo, creando una certa immagine della guerra come scontro per la Patria, per la libertà, per un pezzo di terra, per la gloria, per una lotta di classe… In alcuni periodi storici il ricorso alle armi ha addirittura assunto il valore di strumento risolutivo, volto a migliorare, sanare e aprire scenari futuri incoraggianti. La guerra “sola igiene del mondo” ha abbagliato molti anche in tempi recenti, basti pensare all’entusiasmo con cui migliaia di italiani hanno invocato l’ingresso nel primo conflitto mondiale, partecipando alle “radiose giornate di maggio”, seguendo le arringhe di d’Annunzio e sposando le prospettive futuriste e alcune ingarbugliate e sprovvedute trame politico-economiche.
Quello che rimane quasi sempre tra le righe è, però, tutto il resto: la paura, il pianto, le urla, le macerie, le esistenze stravolte, potenziali felicità rubate, quotidianità devastate… Le certezze del conflitto sono gli elementi a cui prestiamo meno attenzione, sempre. Che cosa capiti al Paese devastato, quali siano le fatiche della ricostruzione, come trascorra le notti la donna rimasta vedova o il genitore che ha perso i figli, come si senta l’invalido di guerra, cosa si debba inventare chi non ha più lavoro, amici, comunità, come ci si trovi ingabbiati in feroci traumi post-bellici… Lo dicono in pochi, poche storie, poche leggende, pochi film, pochi miti. I caduti diventano numeri sui libri di storia, percentuali da calcolare per capire l’andamento delle linee demografiche, sono solo lunghi elenchi di nomi impressi su stele e lapidi.
È vero, l’orrore del conflitto ci lascia impietriti e scandalizzati, dovendo fare i conti con quello che l’uomo può fare, ma che nessuno credeva veramente fosse capace di fare. Ogni volta, però, lo scandalo pubblico scatta un attimo dopo, quando qualcosa è già tristemente iniziato e molto è già diventato irreparabile. Eppure, dovrebbe ormai essere fin troppo chiaro come, al di là di ogni retorica (di cui, ahimé, gronda ogni discorso sul tema, compreso questo), il ricorso alle armi corrisponda ad un inevitabile cedimento di quello che siamo, per dare spazio a quello che non vorremmo essere. Le costruzioni umane si fanno fragili e i confini vanno costantemente ridefiniti, ma la responsabilità andrebbe posta prima: prima dell’esaltazione, prima dello scandalo, prima del disgusto, prima della celebrazione e, soprattutto, prima della memoria. pensiero antico, la conoscenza del nome garantiva una sorta di potere: Giacobbe lotta con l’angelo per scoprirne l’identità, Adamo ha il primo compito di “battezzare” animali e uccelli, nei comandamenti diventa addirittura esplicito il divieto di utilizzare il nome divino. E se la religione si pone come rivelazione, tocca alla biologia riconoscere che chiamare per nome costituisce una facoltà prettamente umana, capace di segnalare un passaggio decisivo nella crescita del bambino, proiettandolo verso un progressivo controllo sul mondo che lo circonda. Dal momento in cui iniziamo a conoscere i nomi, in qualche modo possediamo, perché riconosciamo una sorta di essenza che distingue e separa, che ci permette di catalogare, classificare e suddividere.
Questo lungo preambolo non serve a riconoscere la giusta dignità alla tassonomia (ovvero “lo studio teorico della classificazione, attraverso la definizione esatta dei principî, delle procedure e delle norme che la regolano”, come riporta la Treccani), ma consente di affacciarci sulla grandiosa capacità che, lungo questi secoli di storia, abbiamo affinato nel nominare, incasellare e normare ogni minimo aspetto.
Oggi esistono nomi per tutto e, ancora meglio, abbiamo regole e sistemi per crearne di nuovi di fronte alle varie evenienze e novità, includendo e allargando, vagliando e aggiustando un patrimonio linguistico sconfinato e apparentemente destinato a un’ideale perfezione. Abbiamo tutto l’occorrente per chiamare le cose con il giusto termine, oltretutto facendo leva su quadri normativi stringenti. Eppure… anche le maglie soffocanti di tali regole non possono contenere una variabile imprevedibile, che si nasconde non nel sistema di nomenclatura, ma nel soggetto che ne dispone. Gli uomini, infatti, per una lunga sequela di fattori, entrano in difficoltà e si ribellano alle regole che loro stessi hanno creato. È così che finiscono le parole nei momenti meno opportuni: le dimentichiamo o, più spesso, ci rifiutiamo di utilizzarle. Può capitare, ad esempio, che davanti a certe evidenze indubitabili e indiscutibili, passiamo giornate intere a interrogarci, tentennare, balbettare e discutere su un termine che, invece, sarebbe ovvio. Anni interi per dare una definizione, per riconoscere un nome, che come sempre arriverà fuori tempo massimo, quando non potrà più avere l’effetto sperato.
Ma forse, anche questa paralisi linguistica inattesa e sorprendente è una proprietà della specie umana. Probabilmente, davanti a cose troppo grandi, torniamo inconsapevolmente bambini, ingannandoci che sigillare la bocca equivalga a non riconoscere e a non accettare. Capita spesso davanti a ciò che è così grande che pare travolgerci, nel bene e nel male. D’altronde, se anche la maestria di Dante Alighieri nulla ha potuto al cospetto della somma bellezza divina, accettando come “Trasumanar significar per verba / non si poria”, chi siamo noi per fare meglio? E se per Rainer Maria Rilke “Le cose più profonde non si possono dire”, se per Virginia Woolf a volte “La bellezza è così forte che non la si può dire”, se per Joseph Conrad il male assoluto si arresta ad “orrore” e se per Primo Levi “Ciò che è accaduto, ora che è accaduto, è in qual modo indicibile”, chi siamo noi per mirare oltre?
Accettiamo quindi che, davanti ad alcuni aspetti straordinariamente alti o incredibilmente vili, siamo miseramente destinati a rimanere muti. Riconosciamolo pure questo limite e inseriamolo all’interno di una lunga lista. Eppure, davanti al sangue, all’odio, alla distruzione, al genocidio, rimane la vaga sensazione che non chiamare per nome non dipenda da un ostacolo congenito e insormontabile, ma dalla ferma volontà di trincerarci in uno stadio infantile che pare proteggerci, ma che invece ci condanna inesorabilmente.

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