IL DRAUGR

I racconti dell’ignoto di MoradX.

La LUNA nuova, maggio 2026.

Riccardo Morandi

CAPITOLO I – Come tutto cominciò

Quella notte d’inverno, il gelo bruciava più del fuoco.
Le guardie anglosassoni indossavano pesanti pellicce di lupo o di orso. Più a nord del villaggio c’era un antico campo di battaglia, mio nonno raccontava sempre come suo padre aveva combattuto valorosamente nella battaglia della scogliera. Quell’oramai lontano giorno, navi nordiche ormeggiarono sulla spiaggia al di sotto della scogliera, erano invasori del Nord, giunti in Inghilterra per razziare e devastare villaggi e monasteri. Le guardie di vedetta sulle torri delle mura li avevano notati quasi immediatamente e in men che non si dica avevano mandato un piccolo esercito munito di arcieri e fanti, fra cui il mio bisnonno. Appena arrivati alla scogliera agli arcieri venne ordinato di scoccare e una pioggia di frecce sibilarono nell’aria e si abbatterono su gran parte dei vichinghi. Quando gli invasori del nord cercarono di arrivare sul campo di battaglia, i fanti anglosassoni li fermarono con le loro lance. La battaglia era quasi vinta se non fosse stato per una seconda strada che portava sul campo, i nostri uomini vennero presi di sorpresa e una miriade di norreni si abbatterono sui nostri soldati. Si sentivano rumori come urla, legno che si frantumava e ferro che batte contro altro ferro. Il mio bisnonno, Alan, venne buttato a terra da un uomo che aveva un rozzo scudo su cui era dipinta la runa della guerra e una folta barba rossa ornata da piccoli scintillanti anelli d’argento. Brandiva un’ascia barbuta sporca di sangue, portava un elmo a occhiale che copriva il volto, una pesante e sporca pelliccia grigia stava sulle sue spalle. Alan colpì il pagano con il manico della spada, cadde a terra, stordito, ma dopo pochi secondi si rialzò. Il normanno iniziò una raffica di colpi contro Alan, frantumandogli lo scudo. Alan fece una finta verso la faccia del vichingo con la mano sinistra, l’avversario tirò indietro la testa esponendo il petto e l’anglosassone non perse l’occasione e ferì l’avversario con un fendente molto profondo. L’invasore urlò di dolore, ma non si arrese. Credeva che se avesse combattuto valorosamente alla morte sarebbe andato nel suo Paradiso, il Valhalla. Quindi strinse la sua ascia e iniziò a caricare contro il mio bisnonno, lo colpì con lo scudo per poi tagliargli un braccio con un taglio netto. Alan gridò, ma nemmeno lui si arrese. Diede una forte gomitata all’avversario, scaraventandolo per terra poi raccolse la sua spada con la mano sinistra e iniziò a barcollare contro il suo nemico. L’invasore avrebbe avuto i secondi contati, se solo Alan il valoroso fosse riuscito a conficcare la spada nel corpo dell’avversario!
In quel momento però gli si presentò di fronte un uomo, non un uomo qualsiasi, ma lo Jarl dell’esercito norreno. Brandiva una lancia nella mano destra, mentre nella sinistra impugnava uno scudo. Sulla testa indossava un elmo nasale, portava una lunga tunica verde e dei bracciali dorati.
Lo Jarl si lanciò contro Alan, ferendolo a un fianco, Alan rispose con un un fendente, tagliando la gola del suo avversario. Il vichingo, ancora per terra, urlò di rabbia e si scagliò contro Alan, gli afferro il braccio e glielo strappò, senza il bisogno di nessuno strumento, senza il bisogno di nessuna lama. L’anglosassone gridò e si accascio per terra, le sue braccia erano andate, era finita. Perdeva sangue, troppo sangue, la sua vista si affievoliva e aveva una gamba rotta. Era messo così male che il norreno non si curava più di lui, lo dava per morto. Passo circa un minuto quando Alan vide il suo amico Alfred, uno dei suoi più grandi amici. Lo aveva conosciuto alla locanda del villaggio. Alfred era ubriaco, urlava contro il locandiere per il prezzo della birra che aveva bevuto. Alan decise allora di aiutare il povero ubriacone gridando “Oste! Pago io per questo povero diavolo, anzi! Alzi il culo e vada a prendere un altra caraffa di birra!” Alan prese un bicchiere e ne offri uno anche ad Alfred. poi prese un altro bicchiere e Alfred pure, insomma finì che i due si ubriacarono e dovettero pagare un prezzo dieci volte maggiore di quello iniziale. I due dovettero pulire il pollaio del locandiere per un mese per coprire il loro debito. Due anni dopo decisero di arruolarsi nell’esercito. Alfred stava ora duellando contro un guerriero nemico, diede un calcio all’invasore che alzo lo scudo esponendo il busto, in quel momento strinse la lancia e trafisse il nemico, uccidendolo. Alfred abbasso la lancia, ma il vichingo con la folta barba rossa spinse con lo scudo l’anglosassone, facendolo cadere giù dalla scogliera. Alan lanciò un grido di rabbia. dopo aver visto il suo migliore amico morire. Alan si infuriò, doveva vendicare Alfred e soprattutto non poteva far entrare gli invasori nel villaggio dove c’era la sua famiglia, dove c’era sua moglie e suo figlio. L’anglosassone si alzò zoppicando e urlò “Tu! Lurido infedele! Tu hai tagliato le mie braccia! Tu hai ucciso il mio amico! Tu, tu osi vivere dopo avermi causato questo!?” Il vichingo rispose “Quindi tu non hai colpe? Erik era il nome di mio padre, era anche il nome dello jarl del clan Wulfling, quell’uomo era mio padre e tu l’hai ucciso” dopo aver detto questo il norreno scagliò la sua ascia contro Alan, che per fortuna riuscì a schivare. Il vichingo stava per lanciarsi contro Alan, ma in quel momento un soldato a cavallo gli tirò un fendente nella schiena, facendolo cadere a terra, il vichingo era sconfitto. Alan si avvicinò al norreno ferito che disse “Tu hai ucciso mio padre, non potrò mai avere pace finché la tua stirpe non sarà cancellata da questo mondo!”. Dopo aver detto questo il vichingo si tolse l’elmo e con il suo copricapo spacco la testa di Alan. Ogni 3 inverni il norreno torna in vita, durante la notte si sveglia, va a caccia della mia stirpe.
Era ormai da un ora che le guardie stavano fuori esposte al gelo. “Basta!” urlò Emund “Quella bestia oggi non ci ha fatto visita!”. “Resisti” rispose con tono calmo Wulfric. Wulfric era un mio lontano zio, sulla sessantina, portava un paio di folti baffi grigi, che gli davano un aria severa e capelli corti. Quella notte Wulfric era armato fino ai denti, aveva uno scudo rettangolare, una lancia, un elmo con visiera, raffigurante una faccia umana inespressiva, una cotta di maglia e per finire teneva un lungo coltello negli stivali. Una figura si intravide nella nebbia. “Alle armi!” urlò Wulfric. La figura si avvicinava a passo lento brandendo un ascia nella mano destra. L’ombra uscì dalla nebbia e mostrò il suo volto: un elmo ad occhiale, una folta e lercia barba rossa, che si andava a posare sul petto e un viso in decomposizione. “Uccidete quel lurido bastardo!” gridò Hildebrand il temibile. Hildebrand era un veterano di guerra che aveva la passione del fuoco, gli piaceva vedere il fuoco che divorava la legna nel camino, gli piaceva vedere il fuoco bruciare un nemico e soprattutto gli piaceva vedere il fuoco che devastava interi villaggi, insomma era un piromane. Per questo si era arruolato, per il caos e la distruzione. Sul campo di battaglia portava uno scudo e una fiaccola, a lui non importava la gloria a lui importava la distruzione. “Fermi tutti!” urlò Wulfric “Lui vuole me”.
Wulfric si avvicinò alla creatura e disse “Io sono Wulfric d’Inghilterra, figlio di colui che ha ucciso tuo padr…” Nemmeno il tempo di finire la frase che il cadavere gli era già addosso, lo gettò per terra e colpì la sua cotta di maglia con l’ascia, ma Wulfric resistette. Hildebrand, stanco di tutto ciò, accese una torcia e si mise a correre verso il morto. Il vichingo notò che il piromane lo stava assalendo alle spalle, non fece nulla, si girò e lo guardò. La guardia smise di correre e guardò negli occhi il cadavere, erano due occhi rossi, rossi come braci ardenti. Dopo qualche secondo il norreno emise un forte grido di battaglia e si lanciò contro Hildebrand, lo prese per il collo e lo alzò in aria. “Crack!”. Fu l’ultimo rumore che sentì Hildebrand. Dopo aver ucciso il piromane, il morto scagliò il cadavere lontano e si guardò intorno, scorse una dozzina di guardie che si dirigevano in modo ordinato e compatto verso di lui. “Preparati a morire lurida bestia!” Disse una guardia. Non andrò a descrivere nel dettaglio ciò che accadde quella notte, posso solo dire che quando la furia si accende in quell’essere, sono brutte, anzi orribili le cose che accadono ai suoi avversari. Dopo il massacro delle guardie, il morto si diresse verso Wulfric che oramai si era già alzato da qualche minuto. Wulfric alzò lo scudo davanti a se e sguainò la spada, il morto strinse le sue asce e urlò di rabbia, ma una lieve luce si scorse all’orizzonte, il sole stava sorgendo! Wulfric si distrasse a guardare l’alba per poi riposizionare gli occhi contro l’avversario, ma aspetta, quale avversario? Il colosso non-morto era scomparso. Wulfric il sopravvissuto si voltò e si avviò verso le porte del villaggio, si guardò l’ultima volta alle spalle e vide un corvo nero come la pece volare verso l’orizzonte.

CAPITOLO I – La via della fede

Era una quieta mattinata al villaggio, i pescatori tornavano dal mare con sacchi strapieni di salmoni e merluzzi, le donne chiacchieravano mentre i figli giocavano nella neve e la locanda iniziava a riempirsi.
Adalfredo, il vescovo, stava facendo la sua solita passeggiata mattutina insieme ai suoi seguaci, tutto ad un tratto si fermò e disse: “Chi sono quei mendicanti vestiti di stracci?” Un vecchio uomo gli si avvicinò e gli rispose “Sono monaci, monaci dell’abbazia di Lindisfarne, quei porci del nord hanno saccheggiato un altra abbazia!” L’uomo riprese la sua strada lasciando il vescovo con delle domande, Adalfredo si allontanò dai suoi seguaci e raggiunse i monaci sopravvissuti. Un monaco stava pregando mentre piangeva disperatamente, un altro cercava di curare i feriti dandogli da mangiare delle erbe. “Triste, vero?” Chiese un monaco ad Adalfredo. “Dio punirà quei bastardi razziatori” Rispose il vescovo mentre squadrava il monaco, era magro come uno scheletro, la sua faccia era stata sfregiata dal fuoco e gli mancavano sia il mignolo che l’anulare della mano sinistra. “È stato orrendo, sono arrivati dal mare, noi non li abbiamo sentiti arrivare, hanno distrurro e rubato tutto”. “Come ti chiami?” Chiese il vescovo. “Oswald” Rispose il sopravvissuto.

(Continua nel prossimo numero)

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