
Riccardo Morandi
Ero in poltrona a leggere un libro di Poe, ad un certo punto un rumore che sembrava l’incrocio tra uno scricchiolio e un grugnito attirò la mia attenzione. Veniva dallo scantinato. Io, con una incredibile curiosità, appoggiai il romanzo e mi incamminai verso lo scantinato. Inciampai al primo gradino e mi rialzai al quinto. Passo dopo passo scesi le scale e mi ritrovai in un posto buio e umido, lo scantinato.
C’erano oggetti di vario tipo: un paio di pantofole, una cassa di vino rosso, un pacco di fiammiferi, che mi fu molto utile per farmi luce, un quadro, molto brutto, di un donna, un rosario, dei panni sporchi e ingialliti dal tempo e un’ascia buttata per terra. Ma la cosa che attirò la mia attenzione fu un ingresso coperto da una lastra di legno. Avevo il cuore che batteva forte nel petto, non ricordavo di avere una stanza nello scantinato, ma la curiosità mi stava uccidendo.
Tolsi la lastra di legno e illuminai con il mio fiammifero la stanza e vidi una grande bara aperta. Mi avvicinai alla bara e vi guardai dentro, al suo interno giaceva lo scheltro di un essere con un corno sulla fronte e mani allungate. Lo scheletro si alzò e, magicamente, gli ricomparvero carne e pelle, caddi dallo spavento. Si mise a correre come un pazzo verso di me e, con una presa formidabile, mi mise le mani intorno al collo. Non sapevo cosa fare, finché non toccai qualcosa con le mani, era l’ascia! L’afferrai e tagliai di netto la testa della mostruosa creatura uccidendola. Presi la testa tra le mani, aveva la pelle rossa, occhi da capra e un corno nero in mezzo alla fronte.
Fuggii e lasciai tutto lì, nello scantinato.


