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PANE E COMPANATICO

PARTE SECONDA. Riavvolgo il nastro della memoria e cerco, fra le odierne attività commerciali, le tracce dei negozi della mia infanzia e, soprattutto, degli abitanti di allora.

La LUNA nuova, maggio 2026.

Daniela Paperini

Poco ricordo della farmacia di Palagano perché allora non avevo mai bisogno di medicine ed in quel negozio ci sono entrata di rado, se non con mia zia per comprare il siero antivipera da portarsi dietro quando andavamo per funghi nei boschi.

Quasi davanti, c’era il negozietto di alimentari di Randolfo, per la verità poco frequentato, se non per il prosciutto che vendeva: ecco, il suo era proprio da leccarsi i baffi!

Anche il servizio pubblico dei taxi si trovava su quel lato ed era gestito da Ettore, altrimenti chiamato Mioca.
Che personaggio! Al volante della sua auto, ti portava dove volevi e ti aspettava pure, anche per tutto il giorno, se necessario, come quella volta che con i miei zii sono andata a trovare dei parenti a Sassuolo.
Anche Ettore ha partecipato al lungo pranzo con loro e, pazientemente, ci ha aspettati fin quasi a sera. Tutto era semplice con lui ed anche i prezzi non erano esosi.
La sua attività certamente risaliva almeno agli anni quaranta e così era stato chiamato in causa in occasioni che per il paese erano diventate veri e propri eventi.
Da ricordare certamente quando, nel primo dopoguerra, alla morte del parroco storico don Bortolotti, Ettore era stato incaricato dalla Curia di andare a prelevare il nuovo sacerdote perché si insediasse in parrocchia.
Si trattava di don Armando Galloni, allora sconosciuto ai più, ma la popolazione pretendeva invece che la Curia assegnasse a Palagano come parroco don Sante, che lì era stato cappellano anni prima.
Don Galloni fu portato a Palagano da Ettore, ma, a causa delle molte teste dalla dura cervice che lo contestavano, quasi dovette scappare.
La popolazione si divise in fazioni: chi era per don Sante e chi per don Galloni, quasi potesse decidere al posto della Curia.
Furono giorni difficili ed il malcapitato dovette ricorrere ai servizi di Ettore per fare alcuni avanti e indietro, almeno finchè gli animi non si calmarono, accettando “ob torto collo” il nuovo sacerdote.
Non fu però possibile festeggiare il suo insediamento a Palagano con il suono delle campane perché alcuni facinorosi per protesta avevano provveduto a portare via i batacchi dal campanile ed a nasconderli nel bosco ai Pianacci, dove rimasero per un bel po’ di tempo.
Addirittura, non erano ancora ricomparsi in occasione della vestizione di qualche suora, che dovette fare a meno del suono festoso delle campane.
Certo è che, in seguito, don Armando Galloni è rimasto al suo posto per alcuni decenni in qualità di parroco dell’intera comunità, fin quasi alla sua morte.

Un ruolo molto importante per la comunità l’hanno avuto anche le suore francescane del convento ubicato tuttora di fianco alla chiesa parrocchiale.
Hanno aperto scuole materne ed insegnato a leggere e a scrivere a generazioni di palaganesi, lavorando come maestre alle scuole elementari ed hanno tenuto perfino corsi di ricamo, ai quali io stessa da piccola ho partecipato.
Soprattutto, sotto la guida dell’allora superiora, suor Imelde Ranucci, si sono fregiate di atti di eroismo durante la seconda guerra mondiale.
Di fatto, hanno anche salvato la vita ad alcune ebree, tenendole nascoste in convento e provvedendo alle loro necessità.
Uno dei figli di Ettore, Lucianino, lo ricordo bene perché era poco più grande di me e siamo stati ragazzi insieme. Si occupava dell’attività paterna e per lavoro indossava sempre una tuta blu; cambiava pneumatici, serviva al distributore di benzina, guidava l’auto funebre durante le esequie.
Quando, durante una gita in moto, dopo essere stato travolto da un capriolo, cadde e morì, un’onda di emozione e sofferenza attraversò il paese, tanto era conosciuto e benvoluto da tutti.

Lo storico negozio di Tonino, ubicato sempre in via XXIII Dicembre, era indispensabile in quegli anni per procurarsi sale, tabacchi e valori bollati, ma anche alimentari, pentole, attrezzi da cucina e quant’altro.
Credo che quel negozio ci fosse da tempi immemorabili e, proprio lì davanti, sono accaduti fatti comico-grotteschi, che restano ancora nella memoria del paese.
Si narra che un gruppetto di ubriachi proveniente dall’osteria, che allora si trovava ad Aravecchia, e diretto verso i Macampori, abbia cominciato a fare a botte per la strada. Tra pugni e calci, si sono accasciati tutti tramortiti ed in preda ai fumi dell’alcol, proprio davanti alla suddetta bottega.
All’apertura del negozio, si trovavano ancora lì, uno sull’altro, in una gran confusione di gambe e braccia, tanto che, secondo la leggenda, fu usata una lesina da calzolaio, affinchè ognuno ritrovasse i propri arti e si decidesse ad avviarsi verso casa.

A Palagano, in pieno centro, troviamo anche un murale che ricorda un altro personaggio, Oreste, che per nove decenni ha caratterizzato, con la sua presenza e la sua attività, la piccola comunità.
Oreste viveva alla giornata, non aveva fissa dimora, era povero e si adattava a fare i lavoretti che gli si presentavano.
Mia mamma racconta che, nel primo dopoguerra, venivano allestite commedie in convento ed il ricavato degli spettacoli serviva anche per comprare le scarpe nuove ad Oreste.
Di se stesso diceva che era un tipo strano perché da piccolo gli avevano tirato tante botte sulla testa.
Quando capitava a casa nostra, chiedeva un gran piatto di polenta di castagne e nessuno sa come riuscisse ad ingurgitarne un così gran numero di fette arrostite.
La sua attività principale era quella di “scardazzare” la lana, per ringiovanire materassi e cuscini.
Si presentava con i suoi attrezzi, in particolare una macchina a mano che con i suoi minuscoli chiodini riusciva a rendere di nuovo soffice la lana aggrovigliata ed infeltrita.
Era proprio un tipo strano, ma dotato di grande capacità manuale ed anche di un certo acume; di fatto, ha regalato, con il suo lavoro, sonni sereni su morbidi materassi di soffice lana agli abitanti del paese.

Altro negozio storico che si apriva vicino al centro del paese, al ponte di Monticello, era la ferramenta di Bruno Marasti che forniva chiodi, viti, vernici ed attrezzi vari a tutti gli abitanti.
Purtroppo, un improvviso infarto ha portato via Bruno troppo presto ed un altro pezzo di storia se n’è andato per sempre.
Meno male che la famiglia Marasti ha mandato avanti l’attività, ingrandendo e cambiando molto il negozio.
A Bruno è stata intitolata una bella fontana in sasso posta proprio al centro del Parco comunale che, attraverso una bocca d’animale in stile gargoile, dispensa acqua ai cittadini e soprattutto ai bambini che frequentano quotidianamente il luogo.

A Monticello, subito dopo il ponte che allora passava sul torrente, si trovava il mulino di Paolino, il mugnaio, un signore sempre coperto di farina bianca, a causa del suo lavoro.
Lui azionava le tre grosse, pesanti macine in pietra: una serviva per ottenere la farina bianca, una per quella gialla ed una per quella di castagne.
Per quell’attività si trattava ormai degli ultimi anni ed io ho solo un vago ricordo di “Pavlin”, come veniva chiamato il mugnaio.

Sempre a Monticello, più tardi, la moglie del sindaco Viterbo, aprì una grande merceria dove si poteva trovare di tutto.
Lei si chiamava Virginia e spesso l’aiutava in negozio la figlia Brunella, che era anche una mia cara amica. L’altra figlia, Gemma, la ricordo bene, ma era più piccola di noi e non faceva parte del nostro giro di amicizie per una questione d’età.
Già, dicevamo il Parco, che già c’era quando io ero piccola.
Tutto era molto diverso da oggi, ma ricordo ancora con piacere la giostrina posta su un binario che noi bambini facevamo girare con la forza delle nostre gambe.
Che bello quando fecero la pista di pattinaggio e quante corse sulle rotelle! Ci divertivamo anche senza pattini a scarponcino o in linea, come quelli moderni.
Oggi il parco è molto più verde ed attrezzato, con giochi, scivoli e costruzioni adeguate per far mangiare tutta la gente che vi si riversa in occasione di concerti e feste.
Soprattutto, a richiamare gente è la storica Festa dei matti, che per alcuni giorni d’agosto anima il paese e si conclude la notte di Ferragosto con gli spettacolari fuochi d’artificio.
Anche quella, negli anni settanta, veniva fatta nei grandi campi davanti ai Pianacci e, se da una parte era molto più semplice e casalinga, dall’altra ci faceva divertire un mondo con giochi e gare, dal tiro alla fune, all’immancabile pentolaccia.
Erano tanti i partecipanti ed io e la mia cara amica Adriana, ragazzine, eravamo addette a staccare i biglietti del parcheggio per le auto che trovavano posto nel grande campo di Tello, suo padre.

Sempre in centro, quasi davanti al Municipio, si apriva lo storico forno di Eligio, un altro personaggio caratteristico della mia infanzia.
Con la sua auto grigia e capiente, girava in lungo ed in largo, financo nei piccoli paesi vicini, per consegnare le sue fragranti pagnotte.
Già eravamo in un’epoca in cui, a poco a poco, anche nelle campagne, si smetteva di fare il pane in casa, cotto nel proprio forno davanti al cortile o in quello di borgata.
Così Eligio aveva il suo bel daffare per consegnare il pane fresco e profumato.
è stato proprio in una di queste occasioni che lui, magari anche con l’intervento salvifico di qualche angelo custode, ha letteralmente salvato la vita ad una bambina distratta, che ha attraversato all’improvviso senza guardare, tagliandogli di brutto la strada.
Eligio, con la sua frenata e la sua manovra miracolosa, è riuscito ad evitare lo scontro, lasciando i freni sull’asfalto ed il cuore sospeso fra le pagnotte fragranti.
Be’, quella bambina ero proprio io e si vede che era destino che dovessi ancora crescere su questa terra e, forse grazie ad una spinta angelica, riuscii a mettere fra me e l’auto del fornaio quel millimetro sufficiente a salvarmi la vita….
L’attività di Eligio era fiorente e necessaria ed ancora oggi nello stesso posto si apre uno dei due forni del paese che, d’altra parte, soprattutto in estate, quando la popolazione aumenta vertiginosamente, fanno fatica ad accontentare tutti.

L’altro forno, gestito dalla famiglia Mattioli si apriva più in centro.
Era una signora gentile e morbida come il pane a servirti, il cui nome era Palmina.
Le sue braccia erano forti ed adatte al faticoso lavoro da eseguire per ottenere pagnotte ben lievitate e fragranti.

Ma nei miei ricordi di bimba resta ancora il profumo di quel pane fatto in casa dalle massaie che bastava per una settimana. Era una gran lavorata e ci volevano olio di gomito, per impastarlo bene, ed arte per ottenere un prodotto ben fatto.
E che dire del profumo che si sprigionava dai forni quando, alla fine, veniva infornata la pergnocchella, dolce semplice e tipico del luogo.
Be’, credo che questi, insieme a quello del fieno appena tagliato, siano i profumi della mia infanzia, che restano indelebilmente incisi sul disco della memoria.

Poco oltre, vicino al forno di Eligio, si trovava la sartoria di Palagano dove lavoravano Pasquale e la moglie.
Ricordo di aver visto lì dentro forbici enormi e pesanti che servivano per tagliare la stoffa per gli abiti ed i tendaggi da cucire.

Di fronte al già citato negozio di Elia, c’era la macelleria Galvani, in seguito passata alla gestione di Franco Sassi.
Io, ancora piccola, passavo di là e rimanevo colpita dai grossi quarti di mucca esposti in vetrina ed un po’ mi passava la voglia di mangiare la carne…

Proprio lì accanto, c’era il negozio di Anita, che lo gestiva con l’aiuto dei figli Maria Rosa ed Anacleto.
Vendeva frutta e verdura, ma anche un po’ di tutto, come andava di moda in quegli anni.
Maria Rosa era amica mia ed insieme uscivamo con i nostri ragazzini di allora, cercando di sfuggire agli occhi indagatori di Anita e Gemma, mia zia, peraltro amiche fra loro, che ci controllavano a vista d’occhio perché non ci cacciassimo in qualche guaio.

Invece, accanto al forno Mattioli, si trovava la storica gioielleria e orologeria di Palagano.
Era sempre bello entrare in quel negozio così pieno di cose preziose, frequentato non solo da fidanzati e mariti in cerca di regali per la dolce metà, ma da chiunque cercasse qualcosa di particolare da regalare in occasione di battesimi, comunioni e matrimoni. La signora che lo gestiva, insieme al marito Emilio Mattioli, si chiamava Edda. Era sempre molto elegante e curata, aveva davvero buon gusto e sapeva consigliarti l’acquisto giusto.

Fra i personaggi indimenticabili che hanno servito il paese, rientra a buon titolo il Dottor Fontana, medico condotto per diversi decenni dell’intera comunità. Era uomo di grande esperienza che, come usava una volta, ci metteva la faccia e si faceva carico dei tuoi mali, senza mandarti subito dallo specialista.
Soprattutto, se avevi bisogno, veniva a visitarti a casa, girando in lungo ed in largo a bordo della sua giardinetta verde. Appunto con la sua auto, al ritorno da una delle sue visite domiciliari, ebbe un grave incidente, proprio nella curva che si trova a due passi da casa mia.
Per salvare una ragazzina sbadata in bicicletta, fu costretto a sbandare violentemente ed a finire fuori strada.
Sono stati proprio mio nonno Adamo e mia zia Gemma ad accorrere ed a prestargli le prime cure.
Fra le altre ferite, lui si tagliò profondamente una guancia ed io lo ricordo con le cicatrici ed i pomelli sugli zigomi particolarmente rossi, forse a causa della ricostruzione eseguita in quel frangente.
Dopo le sue visite, la gente, grata, gli offriva tè, caffè, dolci e, come si usava nelle campagne, anche uova fresche, polli e conigli.
Il dottor Fontana aveva un rapporto privilegiato con la mia famiglia, che lo aveva soccorso in occasione del suo incidente, e non mancava mai di meravigliarsi quando doveva curare mia zia per i morsi dei più disparati animali, compresi talpa e scoiattolo, che lei riusciva a farsi infliggere. Allora, diceva che non gli erano mai capitati casi simili, durante tutta la sua carriera.
Io stessa sono ricorsa alle sue cure in varie occasioni, forse l’ultima quella volta che mio marito ed io fummo sbalzati dalla nostra moto sull’asfalto, procurandoci abrasioni brucianti sulla pelle.
Nell’epoca in cui lui era il medico di Palagano, i bambini nascevano ancora in casa e così spesso veniva chiamato in aiuto da Igea, la levatrice storica del paese, almeno nei casi più difficili.
Si può ben dire che, grazie alle loro cure, siano nati tanti bambini del paese, prima che si cominciasse ad andare a partorire in ospedale negli anni sessanta.
Il debito di riconoscenza verso queste figure resta infinito.

(Continua nel prossimo numero).

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