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PANE E COMPANATICO

Riavvolgo il nastro della memoria e cerco, fra le odierne attività commerciali, le tracce dei negozi della mia infanzia e, soprattutto, degli abitanti di allora.

La LUNA nuova, dicembre 2025.

Daniela Paperini

Non essendo propriamente una sportiva e non amando le palestre, cerco da sempre di tenermi in forma camminando per parecchi chilometri ogni giorno.
Perciò, capita spesso che, partendo dalla mia casa in campagna, raggiunga il centro abitato del paese dopo circa un chilometro, per poi proseguire per altrettanta strada, almeno fino alla piscina comunale ed anche oltre, se non mi lascio fermare dal furioso abbaiare dei cani da guardia che si affacciano fra le sbarre di recinzione che delimitano il giardino di una bella villa posta sulla sinistra. In quelle occasioni, vorrei essere invisibile ai loro occhi e non avere odore, per passare oltre senza che loro, pur rinchiusi dentro al giardino, mi digrignino i denti.
Una bella passeggiata di quattro o cinque chilometri fra andare e tornare, che oltre al fisico fa bene all’umore ed al morale.
Già molto vicino a casa mia, al ponte di Cà di Vinchio, guardando sulla sinistra, si offre agli occhi una bella cartolina del paese di montagna che fin dalla mia nascita mi accoglie così spesso da farmi sentire a casa.
è incastonato fra prati verdi e boschi di lecci e castagni, incorniciato dalle montagne ed, un po’ più in là, anche dalle Prealpi. In fondo alla vallata, scorre il fiume Dragone, affluente del Secchia. In questa stagione, i prati sono così verdi da sembrare di smeraldo e fanno un po’ pensare ai panorami trentini, benchè qui siamo in Emilia.
Il paese è piccolo ed oggi conta pochi abitanti, forse duemila, ma la sua storia è antica e parte almeno dal 1197, quando già faceva parte delle terre della Badia di Frassinoro.
Il suo nome, Palagano, significa “pepita d’oro” e richiama una storia attualmente non conosciuta, anche se in effetti il territorio è tuttora geologicamente interessante ed è stato oggetto di scavi per l’estrazione di metalli.
Palagano ha subito gli schiaffi della storia pagando un grande tributo di vite e di sangue: la sua popolazione fu ridotta ai minimi già diversi secoli or sono, a causa di una terribile epidemia di peste.
Ultimamente, è stato immenso il prezzo pagato dagli abitanti in occasione della seconda guerra mondiale, anche a causa di terribili rappresaglie e conseguenti eccidi ai danni della popolazione civile.
Avendo vissuto l’infanzia negli anni sessanta ed essendo stata una giovane ragazza negli anni settanta, ho visto nel tempo la cartolina che ammiro alla mia sinistra cambiare un po’, ma non troppo, le villette espandersi sui dolci pendii che circondano il cuore del paese inanellato intorno alla chiesa di San Giovanni Evangelista, al campanile ed alla bella chiesetta antica di Santa Maria del Carmine.
Arrivando nel centro abitato, riavvolgo il nastro della memoria e cerco, fra le odierne attività commerciali, le tracce dei negozi della mia infanzia e, soprattutto, degli abitanti di allora, veri personaggi che hanno lasciato i loro nomi fra queste mura e nella storia stessa del paese.
Sono loro che oggi voglio ricordare, i loro volti dal sorriso pronto, perché qui, in Emilia, la gente aperta e fiera lo è da sempre.
Basta fare due passi su viale San Francesco perché la memoria faccia le capriole e riporti all’oggi le attività di un tempo.

Partendo dalla chiesa parrocchiale e salendo verso via XXIII dicembre, sulla destra, si apriva il tipico negozio di alimentari anni sessanta, gestito dalla Rosa, con l’aiuto della figlia Angela. Tutti gli abitanti, almeno una volta la settimana, passavano per questo negozio, che vendeva tutti gli alimentari necessari per mettere insieme il pranzo con la cena.
Aveva un bancone impegnato in gran parte da un’affettatrice antica a manovella, mi pare di colore rosso, che riduceva in fette sottili squisiti prosciutti e salumi nostrani.
Il resto del banco era occupato da bilance e stadere, salvo lo spazio occorrente per un contenitore con omini di zucchero colorato che attiravano la mia attenzione di bimba.
Dietro al bancone, c’era una scaffalatura con diversi cassetti di colore avorio che si aprivano palesando maccheroni, pasta varia e zucchero, che venivano raccolti con un’apposita paletta e posti direttamente negli incarti, rigorosamente di carta marrone o gialla.
La plastica non si usava e gli involucri finivano direttamente nelle capienti sporte della spesa, sempre le stesse, che venivano riusate all’infinito.
Anche la carta gialla degli involucri non si buttava, ma serviva per assorbire l’olio dei fritti, per accendere il fuoco nel camino o ancora per essere utilizzata di nuovo nell’incarto di qualcosa.

Poco più avanti, all’inizio della stradina che si apre sulla destra, c’era il negozio di Iolanda, una specie di merceria che però vendeva di tutto: maglie, golf, biancheria, corredi, lana e quant’altro.
Mia zia Gemma ricorreva a lei per ordinare lenzuola da ricamare, asciugamani di spugna o di lino, tovaglie eleganti e fini e stoffe adatte per trapunte e coperte. Aveva una vera passione per la biancheria e le sue “spese folli”, si fa per dire, le faceva proprio nel negozio di Iolanda che, tra l’altro, era anche amica sua.
Iolanda era alta e portava sempre i capelli raccolti dietro la testa in uno chignon, dal quale sfuggivano piccole ciocche scure o grigie.
Aveva labbra ben disegnate nei contorni, di colore rosa violaceo e mi pare che sul labbro inferiore avesse una sfiziosa macchiolina tonda più scura, forse un piccolo angioma.
Era aperta e simpatica, spesso impegnata alla macchina per la maglieria, che insegnava ad usare a giovani ragazze.
Iolanda aveva la casa al piano rialzato rispetto alla bottega, su cui si apriva un bel giardino, sempre curato ed invitante.

Proprio accanto all’attività di Iolanda, c’era il negozio di Rico, l’ortolano, che possedeva un’auto a giardinetta, con la quale portava frutta e verdura, forse direttamente a domicilio.
Sta di fatto che, molto spesso, al mattino, i suoi orari di rientro in paese corrispondevano con la mia partenza da casa per arrivare in tempo a scuola. Così, tante volte mi dava un passaggio, trasformandosi involontariamente nell’autista personale della mia infanzia.

Davanti a queste due attività commerciali, si trovava il negozietto di Filippo, il calzolaio, pieno di forme di ferro, di lesine, chiodini, cuoio ed attrezzi vari. Ad un certo punto, al suo posto è stata aperta una delle prime gelaterie di Palagano, quella della Gelsa.
Inutile dire che era una tappa obbligata per noi bambini che lì compravamo buonissimi gelati artigianali per trentacinque o cinquanta lire, a seconda della dimensione.
A voler proprio esagerare, c’era il gelato da cento lire che valeva quasi come un pranzo.

Nello stesso edificio che oggi ospita un presidio sanitario, c’era la scuola elementare con le aule disposte ai lati del lungo corridoio ed il bagno posto in fondo, al centro.
Le aule erano spaziose, o almeno così sembravano a me bambina, avevano la cattedra rialzata e tanti banchi di legno fissati al pavimento ed inamovibili, alla faccia degli odierni tanto sbandierati banchi a rotelle.
Erano neri e muniti di sottobanco per riporvi gli oggetti di scuola; in un angolo c’era pure il calamaio di vetro che periodicamente veniva riempito d’inchiostro blu o nero per permettere a noi bambini di intingerci il pennino e scrivere sui quaderni dalle copertine nere.
Un altro mondo proprio… e pensare che oggi quei bambini di allora usano computer e smartphone, senza i quali non saprebbero più vivere.
Il bagno, orrore, orrore, era alla turca e qualche bambino piccolo di sicuro aveva paura di caderci dentro e voleva il maestro vicino.
Maria Montessori non andava ancora di moda e le suppellettili, sanitari compresi, a misura di bambino erano di là da venire.
Scendendo di lato, a destra dell’edificio, c’era il refettorio, dove io insistevo per restare a pranzo, almeno il mercoledì, perché a fine pasto veniva servita la cremalba, che a me piaceva troppo.
Tutto era diverso dalle odierne scuole, ma noi eravamo pur sempre bambini e lì dentro ci divertivamo come potevamo, dando sfogo alla nostra voglia di vivere. Ma era soprattutto all’uscita che la nostra vivacità prendeva il sopravvento: le strade del paese erano sicure e noi ce la sapevamo cavare da soli per tornare a casa, fra schiamazzi, giochi, grembiuli sdruciti e fiocchi sciolti. Le nostre cartelle erano utili anche per fare gli scivoloni sulla neve, all’occorrenza. Come da quando il mondo è mondo, anche allora nascevano simpatie ed amicizie tra maschi e femmine, da coltivare all’uscita da scuola e portare nel cuore ancora oggi.

Un poco oltre, sulla sinistra trovava posto il laboratorio fotografico di Leandro Salvatori, ma anche il suo magazzino di roba elettrica e di bombole del gas. Infatti, allora, il gas non arrivava ancora nelle case e la gente doveva procurarselo in bombola. Che guaio e quante volte è successo che il gas della bombola finisse proprio mentre avevi il pranzo in cottura!
Bisognava ordinare la bombola a Leandro o a Pasquale che poco dopo arrivavano con quella nuova.

Percorro la salita che dalla chiesa porta alla strada principale del paese e, subito a destra, trovo il bar che, diverse gestioni fa, era anche il punto telefonico prioritario di una comunità che quasi mai disponeva di linee private.
Lì dentro si facevano e si ricevevano le telefonate importanti e quando, forse a fine anni sessanta, fu installata una cabina chiusa per la privacy individuale, fu un bel passo avanti. Dietro quella porta che si chiudeva, si ricevevano e si davano notizie importanti, nascevano o finivano amori lontani, si consultavano gli elenchi telefonici per raggiungere persone care, concludere affari e quant’altro. Quel bar disponeva anche di un juke-box, posto nella piccola rientranza a lato e credo che in quegli anni quell’aggeggio funzionasse quasi ininterrottamente giorno e sera, azionato di continuo da ragazzi scanzonati e da ragazze in pantaloni (anche se le suore ci avrebbero voluto sempre in gonna). Durate l’estate, non era difficile trovare vicino al juke-box qualche francesina in villeggiatura, col nasino all’insù e la minijupe sulle gambe snelle.
Alcune canzoni come “No woman, no cry” restano indelebilmente legate nei miei ricordi di ragazzina alle note che uscivano da quel juke-box.

Sulla stessa rientranza, si apriva il negozio di Elia, una vera istituzione del paese per oltre sessant’anni.
Cosa vendeva quel negozio? Più facile dire cosa non vendeva perché da Elia potevi trovare proprio di tutto e, se per caso qualcosa non era disponibile, ci potevi contare che lei il lunedì successivo te lo avrebbe procurato e portato.
Innanzitutto, era un’edicola e la sera, quando, dopo la mezzanotte, i nottambuli tornavano a casa, già potevano acquistare i giornali del giorno nascente, perché Elia almeno di notte era sempre aperta.
Quel negozio era anche profumeria, merceria e vendeva perfino abbigliamento e bigiotteria.
Esclusi gli alimentari, era difficile pensare a qualche articolo che Elia non avesse o non potesse procurarti nel giro di un lunedì, quando andava a fare spese a Modena.
Figlia di commercianti, lei stessa era l’anima del commercio in paese e dietro al banco c’era sempre stata, anzi ci era cresciuta fin da bambina, quando i suoi genitori gestivano alimentari e bar. Elia, sempre curata e gentile, non si è mai sposata ed ha dedicato la sua vita ad accontentare i clienti, riempiendo all’inverosimile il suo piccolo negozio, al punto tale che per lei, negli ultimi anni, non era più possibile stare al di là del banco, poiché tutto era invaso di scatolone e scatoline contenenti gli oggetti più disparati. Così, lei stava al posto dei clienti e questi aspettavano in coda fuori, nella piccola rientranza coperta.
Non bisognava avere fretta, ma lei in quel caos riusciva con doti sovrumane a trovare quello che cercavi.
Arrivare a prendere le scatole in questione, era però un altro paio di maniche, perché Elia non poteva passare dietro il banco ingombro e completamente chiuso da una parte. Usava allora una lunga pinza e, meravigliando forse per prima se stessa, riusciva a far fare alla merce quel metro necessario perché si potesse visionarla.
Il suo magazzino era la casa in cui abitava, altrettanto piena zeppa di merce in ogni angolo e perfino sotto il letto.
Dopo la sua morte, occorsa alcuni anni fa, le nipoti incaricate di sistemare il negozio e la casa, si sono trovate al perso soffocate da tanta mercanzia stipata ovunque: in cucina, in soffitta, sulle sedie, sul letto e su ogni centimetro quadrato di spazio.
Se Elia era tanto nottambula con la scusa dei giornali, il giorno non aveva orari e non sapevi mai a che ora avrebbe aperto il negozio.
Dovevi solo avere fede e, prima o poi, potevi star certo che lei sarebbe arrivata portando scatole e scatoline per qualche cliente, rintracciate nella sua casa magazzino.
Da vero personaggio qual era, è stata di sicuro molto amata ed al suo funerale in parrocchia c’erano proprio tutti.
Un pezzo di storia del paese, insomma, che copriva diversi decenni, se n’è andato con lei.

(Continua nel prossimo numero).

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