Lasciare semi, pensieri, azioni, sogni, canzoni, poesie, piatti pronti, pranzi profumati, racconti. Consapevoli che il vuoto del presente potremo abitarlo grazie a un passato che sa trasformarsi in futuro.

Maddalena De Bernardi
Era nata il 16 marzo.
Ora, potremmo immaginarla come una vecchina a tratti sorridente. O come la immagino io, in un’età imprecisa intorno fra i cinquanta e i sessanta, con il piglio energico che le rimarrà sempre, il rossetto invariabilmente rosso e il sorriso con uno spazio sottile fra i due incisivi. Mio nonno la ricorderebbe, probabilmente, come la ragazza un po’ arrogante ma irresistibile della sua gioventù; per mio cugino, più piccolo, immagino che con gli occhi del cuore sia rimasta una figura piccola, curva su se stessa, bambina di molti anni, da accompagnare a passo lento e proteggere.
Buffo – e ironico – come le persone a cui vogliamo bene non vivano in un’unica immagine: chi abbiamo amato si sbriciola nelle sfaccettature di mille varianti. Prospettive.
Il ritratto di un volto cambia l’essenza?
No, probabilmente.
Seppur distillata in percentuali diverse a seconda delle diverse stagioni della vita, l’essenza imprime quel suo aroma inconfondibile: sempre.
Forse quello che cambia, però, è il ruolo. La disciplina dei ruoli, questo sì, riesce a trasformare quello che le persone sono e diventano per noi: amici e amiche, maestri, genitori, nonni, parenti, insegnamenti. Il ruolo cambia le regole con cui ci rivolgiamo noi a loro e loro a noi; cambiano i modi e il tipo di confidenze, ed ecco una buona ragione per cui dovremmo cercare di andare oltre e spiccare il volo verso la persona, per quanto difficile.
Era nata il 16 marzo 1926.
Nel 2026 sarebbero stati cento anni: è passato un secolo. Cento anni volati come in un soffio, direbbero i racconti dei maghi e delle vecchie fate.
Era mia nonna, Giuseppina Lenzotti. Possiamo immaginarla in tanti modi, a seconda dei racconti e dei momenti. Quello che vedo io da una foto in bianco e nero è una ragazza col costume di maglina, come si usava una volta, che sorride da una spiaggia. Qualcuno ha scritto a penna, sul retro, estate del ‘47, Alassio. La Liguria, gli scogli e il mare che posso dipingere di blu con il potere dell’immaginazione: 21 anni, la fine della guerra, l’Italia da ricostruire e l’invincibile senso di coraggio dell’essere giovani; la vita nelle mani, lo sguardo che arriva ovunque, anche e soprattutto all’impossibile.
Lei non lo sa, ma io ho compiuto a ritroso quella strada che lei aveva percorso per andare via. Sono ritornata sui passi dove in mezzo si era messa la distanza, e ora qui c’è uno, che un po’ inaspettatamente le somiglia ed è nato quasi cento anni dopo di lei. Lui è nato il 16 maggio 2020, il suo pronipote Tito. Quasi coscritti, con cento anni che ondeggiano fra le loro due primavere come boe colorate in un confuso mare di tempo.
Siamo nel ‘26, di nuovo.
Che incredibili giri di valzer sa fare il Tempo, vero?
A pensarci bene si resta senza parole: si sostituiscono due cifre ed ecco che dal Novecento ci catapultiamo nel Duemila. Ma siamo ancora qui, di nuovo, nel ‘26. Com’è diverso il mondo in cui vivono quei due bambini, quella del 1926 e quello del 2026. Eppure, a tratti, le immagini si sovrappongono e il mondo torna a ritrovarsi. Corrono entrambi a piedi nudi sulla terra, tra la polvere, hanno il potere dei boschi e dei prati tutt’intorno; aspettano eccitati la magia della prima neve dietro ai vetri della finestra, conoscono l’odore della legna e il fuoco che scalda i pomeriggi d’inverno. Sanno i fiori di primavera e come cambiano gli alberi stagione dopo stagione; imparano entrambi il tempo contando i rintocchi di una campana. Si guardano da due finestre divise dal tempo. Lui di diverso ha un filo che lo connette a tanti luoghi diversi, i cartoni animati, la vasca da bagno, molti libri e la possibilità di andare in cerca delle sue curiosità, di ciò che gli genera entusiasmo e ispirazione: a lei sarebbe piaciuto. Lei è stata una bambina della guerra e purtroppo sì, non è l’unica perché ancora sono tanti, troppi, i bambini e le bambine della guerra e sarebbe bello che un giorno la guerra diventasse una parola che appartiene solo a un libro di storia.
Ognuno di noi percorre una strada e questa traccia scrive la nostra vita.
Che cosa lasciamo?
Sembra una domanda accessoria, ma in realtà è estremamente attuale, in ogni attimo. Non si dovrebbe parlare della morte solo quando incombe. Ogni persona lascia un’eredità, lo capiamo bene soprattutto quando se ne va. Quando succede all’improvviso appare chiaro, in tutta la sua abbagliante bellezza, tutto ciò che ci ha lasciato.
Piccole esperienze racchiuse in mezze frasi, o magari solo in un sorriso; proverbi, ricordi di giornate lontane, pacche sulle spalle e qualche occhiataccia, ricette, avvertimenti, confidenze.
Chi abbiamo amato ci lascia anche il non detto: tutto ciò che ancora avremmo da chiedere, capire, e magari chissà, lo faremo in sogno. L’eredità è una valigia con cui camminiamo costantemente, passo dopo passo, ogni giorno, solo che non ci facciamo caso: invece dovremmo iniziare, a farci caso. Aprire la valigia e condividere. Lasciare semi, pensieri, azioni, sogni, canzoni, poesie, piatti pronti, pranzi profumati, racconti. Consapevoli che il vuoto del presente potremo abitarlo grazie a un passato che sa trasformarsi in futuro.



