La gentilezza è una filosofia di vita, ma anche un principio sociale e in questo sta la forza di uno sguardo che vuole immaginare una società diversa.

Maddalena De Bernardi
Il 13 novembre scorso si è celebrata, come ogni anno dal 1998, la Giornata mondiale della gentilezza. Una data sul calendario e non solo: nel 2025 è nato il Kindness Act, una proposta di legge che riconosce la gentilezza come valore sociale, educativo e culturale.
Immaginiamo la gentilezza come materia di studio, come base per la comunicazione, dal supermercato ai tribunali o in ospedale: una rivoluzione. Programmi scolastici che includano educazione alla gentilezza, alla comunicazione non ostile e all’empatia: una gentilezza che dalle scuole si estende allo spazio pubblico e all’amministrazione, al verde urbano, alle relazioni di comunità. Perché la gentilezza è una filosofia di vita, ma anche un principio sociale e in questo sta la forza di uno sguardo che vuole immaginare una società diversa.
Come sarebbe dire e avere in risposta una comunicazione gentile? Alle poste, in un negozio e al ristorante, in classe o in chat: come potrebbero trasformarsi le relazioni con la gentilezza? Come ci sentiamo quando veniamo trattati con gentilezza? Rendere la gentilezza un tema istituzionale significa riconoscerle una competenza sociale fondamentale, non solo una caratteristica caratteriale da allenare. La gentilezza può essere una scelta pubblica, non solo privata. Attenzione, la gentilezza non significa arrendevolezza, anzi. Gentile non significa debole, o accomodante, o remissivo.
Il primo dicembre 1955 Rosa Parks, seduta su un autobus di Montgomery, sceglie di non alzarsi e non cedere il suo posto a un bianco. Sono passati settant’anni da quel giorno e c’è ancora molta strada da fare nella conquista dei diritti civili: urlare e pestare i piedi più forte a volte ci sembra ancora la soluzione.
Eppure, non lo è.
Le proteste pacifiche di Gandhi hanno cambiato la storia: lui, che parlava di verità e scelta nonviolenta, ci ha insegnato che la gentilezza non è debolezza, ma coraggio civile.
Martin Luther King Jr. ha trasformato la nonviolenza in un progetto collettivo.
Sono innumerevoli le persone che ogni giorno, in luoghi diversi, cercano di fare la differenza, piantando alberi, creando progetti, ponendo le basi per un dialogo differente.
A volte – spesso – noi per primi non siamo gentili: non siamo gentili proprio con chi è più vicino, per esempio, con i bambini, con i genitori, con i familiari. Ci diciamo che siamo stanchi, nervosi e intanto ci giustifichiamo dicendo che sono loro insopportabili, assurdi, pesanti nelle loro richieste. Ma la gentilezza non è solo cortesia delle forme: è acqua fresca che viene dal flusso della consapevolezza e quanto sa fare la differenza in una giornata grigia, persino al semaforo.
Il punto interessante è questo: la gentilezza entra nel discorso pubblico proprio perché siamo in un tempo che gentile non è affatto. Perché sentiamo il bisogno di parlarne? Forse perché ci manca, ci sfugge e al tempo stesso la aneliamo. Perché siamo stanchi di relazioni sbrigative, linguaggi ostili, comunicazioni arroganti che tagliano invece di cucire. La domanda allora diventa: come sarebbe vivere in una società davvero gentile? E non nel senso superficiale del “dire grazie”, ma come gesto quotidiano che, un passo dopo l’altro, sia in grado di cambiare il clima emotivo di un luogo, di una città, di una famiglia, di una classe, di un posto di lavoro.
Gentilezza significa abbassare il tono per ascoltare; è fare spazio invece di occuparlo tutto: scambiare e scambiarsi. Sorridere, anche. Senza perdere mai la dignità. Una società gentile è immaginare un posto in cui ognuno possa respirare un po’ più liberamente.
Masanobu Fukuoka, microbiologo giapponese diventato agricoltore-filosofo, fra gli anni Quaranta e Cinquanta del Novecento inventa quelle che oggi sono note come bombe di semi, traendo la sua conoscenza da una tecnica del Giappone antico, tsuchi dango. Dopo una crisi personale abbandona il lavoro in laboratorio e ritorna alla terra, nella fattoria di famiglia a Shikoku, dove inizia a sperimentare “l’agricoltura del non fare”.
Le bombe di semi sono piccole sfere di argilla che custodiscono semi e humus, pensate per seminare e ideate nella fiducia verso i processi naturali, senza dissodare e senza interventi invasivi, affidando la germinazione alla collaborazione tra acqua, clima e tempo. Negli anni Fukuoka sperimenta le bombe di semi sulle spoglie colline della sua isola e partecipa a progetti di riforestazione in India e Thailandia. Anni dopo l’invenzione di Masanobu Fukuoka verrà adottata in diverse parti del pianeta, anche per ripristinare ecosistemi danneggiati dagli incendi: le sfere resistono alla pioggia e possono essere distribuite anche in aree difficili da raggiungere. Fino ad arrivare al guerrilla gardening, con i semi di piante e fiori lanciati in aiuole dimenticate; prati spontanei che nascono nella bruttura, fra terreni dismessi e incroci cittadini: piccoli atti di cura che cambiano il paesaggio urbano. È una rivoluzione gentile perché lavora in silenzio, senza forzare nulla, affidandosi alla cooperazione invisibile. Le bombe di semi non esplodono: germogliano, e nel farlo trasformano il nostro modo di pensare la cura del mondo. Forse è così che possiamo immaginare la gentilezza, un piccolo atto capace di colorare i mondi che abitiamo, a partire dal nostro mondo dentro. Un’azione che, come i semi, non si conclude con noi: niente va perduto, tutto si trasforma: ogni idea che nutriamo, ogni parola detta e ogni gesto fatto continua a espandersi, attraverso le persone che incontriamo.
La gentilezza può essere questo: un ponte, un modo diverso di stare al mondo. La gentilezza non fa rumore, ma cambia la qualità dell’aria. Si insinua nei gesti lenti della giornata: parlare con rispetto, chiedere scusa, dare una possibilità, guardarsi negli occhi, non umiliare, non ferire quando potremmo farlo.
La gentilezza non è ingenua: è un atto di forza.
La gentilezza non ha paura; guarda dritto negli occhi, senza ostilità.


