
Le zuffe televisive tra politici, sempre più frequenti a mano a mano che ci si inoltra in qualsiasi campagna elettorale, mettono sempre più in difficoltà il cittadino- telespettatore: nella baraonda delle opinioni che rigirano gli argomenti, diventa difficilissimo cogliere le differenze, riconoscere le responsabilità, distinguere tra bugia e verità. In effetti, tra verità e politica non è mai corso buon sangue. La verità è sempre stata tradizionalmente l’obiettivo professionale dei filosofi; e proprio il primo di essi – Socrate – fu condannato dallo stato, che gli lasciò, certo la possibilità di sottrarsi alla morte accettando l’esilio: una soluzione squisitamente politica, di compromesso, presa da una maggioranza, che affermava la colpevolezza di Socrate, ma che lasciandogli una via di scampo, si sottraeva all’accusa di crudeltà: con la morte o con l’esilio, di Socrate ci si sarebbe liberati. Una soluzione che Socrate stesso non poteva accettare, perchè basata su un giudizio falso: e quando c’è di mezzo il vero e il falso, non sono possibili i compromessi perchè la verità non consente mediazioni. La separazione tra verità e politica è moneta corrente anche oggi. Il potere, si sostiene, viene esercitato non in base alla verità, ma alle opinioni dei cittadini: nel prendere una decisione – al parlamento come al consiglio di quartiere – non ci si chiede se le opinioni sono vere, ma ci si limita a contarle.
Questa è la regola che consente di risolvere i conflitti in maniera non cruenta, al contrario, se le diverse parti combattessero, ciascuna, in nome della verità – la quale non accetta mediazioni – i conflitti sarebbero assoluti, non risolvibili. E’ questo il motivo per il quale si decide in base alla maggioranza delle opinioni espresse. Stando così le cose, non è affatto garantito che la decisione che ne risulta sia vera: è soltanto quella che si è riusciti a trovare senza fare la guerra.
Per molti la democrazia è tutta qui; ma questa visione che elimina il problema del rapporto della politica con la verità, è piuttosto superficiale. La democrazia intesa in maniera più profonda, non riconosce soltanto l’autorità della maggioranza del momento, c’è un’altra autorità: è l’insieme di quei principi universalmente accettati sui quali si fonda la società politica e che sono raccolti, generalmente, nella Costituzione dello stato. Uno stato nasce in momenti straordinari, attraverso vere e proprie prove storiche cui le popolazioni sono sottoposte (migrazioni, guerre civili, la costituzione di una federazione, ecc…). Sono momenti nei quali il popolo, trae dalla cultura, dalla religione, dalla tradizione, dall’esperienza vissuta, le linee di orientamento del nuovo stato, e lo fonda. Per questo tutte le leggi successive votate da una particolare maggioranza devono essere confrontate con i valori fondanti, e se in disaccordo con essi, modificate: quei valori infatti, essendo riconosciuti come veri non accettano compromessi. All’origine dello stato c’è il riconoscimento – comune e reciproco – di una verità. Oggi c’è la tendenza a negare questo tipo di autorità. Il problema è che se si rinuncia ad un nucleo di verità riconosciuta da tutti, e si conferisce alle opinioni un potere assoluto, si distrugge la politica stessa: è il nostro problema di oggi, quello che fa sì che nel dibattito non si riesca più a capire chi ha ragione e chi ha torto, non si percepisce più la differenza tra i fatti e le opinioni. Alla radice della confusione c’è da parte dei diversi soggetti politici, il rifiuto dell’altro, la volontà di allontanarsi da lui e di distinguersene alimentando il conflitto. E’ un errore perchè all’origine dello stato c’è invece proprio il contrario: c’è il riconoscimento – comune reciproco – di una verità. Dovremmo dunque partire da questo presupposto che la verità che io porto appartiene allo stesso insieme cui appartiene la verità portata dall’altro, anche quando è un avversario politico, che la “mia” verità e la “sua” hanno bisogno l’una dell’altra. Solo se è chiara la realtà che unisce la società politica, cioè la verità comune a tutti, allora possono prendere significato anche le diverse posizioni ed è possibile vedere il contributo originale di ciascuna; se quella unità viene meno, allora anche l’identità di ogni gruppo politico diventa indistinta e il dibattito si trasforma in zuffa…
Tratto da un articolo di Antonio Maria Baggio pubblicato su Città Nuova

