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STORIA, MAESTRA DI VITA

TERZA PAGINA

La LUNAnuova, settembre 2009

Gabriele Monti

Vorremmo, collegandoci a quanto scrive Ugo Beneventi nell’editoriale, approfondire l’argomento dell’ignoranza nella quale si trovano le generazioni più giovani, riguardo vicende, fatti storici e argomenti che hanno segnato la nostra valle il 18 marzo 1944. Non vogliamo trattare in nessun modo delle responsabilità, su chi, come e perché sia successa la strage, non ne abbiamo le competenze e probabilmente, non sono ancora maturi i tempi per parlarne serenamente; vorremmo invece puntare l’attenzione su come viene affrontato, quando viene affrontato, questo argomento da parte dei nostri giovani.
Se chiedi ad un anziano che ha combattuto, se sia utile fare la guerra, questo ti risponderà immancabilmente che la guerra non serve a risolvere alcun problema, anzi porta solamente povertà e miseria; al contrario, a sentir parlare molti giovani, anche nostri, vengono i brividi: si coglie, nei loro ragionamenti, una voglia di violenza camuffata con la veste della giustizia; nella maggior parte sono d’accordo quando si tratta di sostenere un intervento armato. Fin qui la situazione. Ora c’é da chiedersi: come mai? E’ solamente responsabilità delle nuove generazioni oppure hanno responsabiltà anche le istituzioni, le famiglie, la scuola? Ha senso continuare a celebrare il 18 marzo come stiamo facendo ormai da diversi anni, ponendo in fretta una corona alla base dei monumenti ai caduti di quel giorno (monumenti, fra l’altro, abbandonati e trascurati da anni), per poi andare a festeggiare intorno ad un tavolo? Quant’é che non viene organizzata una tavola rotonda sull’argomento, oppure siano state coinvolte le scuole per informare e tentare di spiegare cos’é successo quel maledetto giorno e perché?
Ancora le scuole: nei loro programmi di storia perché si arriva sempre, massimo, alla Prima Guerra Mondiale? Non si potrebbe tralasciare qualche vicenda dei Sumeri o degli Inca (per carità nobilissimi popoli) per avere un po’ più di tempo per approfondire la nostra storia contemporanea che ci riguarda molto più da vicino anche nelle scelte che facciamo ancora adesso?
“Chi non conosce la storia vive nell’illusione e l’illusione è destinata a morire nell’anonimato” scrive il nostro Ugo, e ne siamo pienamente d’accordo: l’illusione non è altro che il frutto dell’ignoranza, ma quando si prendono decisioni nell’ignoranza, innanzitutto si pensa di essere nel giusto (l’illusione); non si possono poi sapere le conseguenze di quelle decisioni perché prese in base a presupposti errati, quindi il risultato è facilmente immaginabile.
C’é da chiedersi, inoltre, come mai nella nostra realtà la vicenda del 18 marzo sia ancora un tabù. Se provi a chiedere a qualcuno che ha vissuto quel giorno in prima persona, senti la volontà di tergiversare, di cambiare argomento: non se ne vuole parlare, come fosse un argomento rimosso e che non si vuole ricordare.
Questo dà, in parte, la misura della tragedia umana che è stata la strage e proprio per questo, per l’enormità della brutalità che l’uomo ha toccato, che coloro che scamparono alla strage o che ebbero parenti uccisi avrebbero dovuto avere un sostegno psicologico, così come hanno avuto i parenti delle vittime di Marzabotto: per diversi anni dopo la fine della guerra ci furono degli psicologi che aiutarono gli scampati a superare il trauma; perché da noi questo non è avvenuto?
Ecco: queste sono considerazioni e interrogativi che (ci) poniamo, perché la storia, quando non viene dimenticata, è maestra di vita; gli err
ori del passato possono e devono insegnarci qualcosa. Bisogna, però, voler guardarli in faccia senza paura e trarne insegnamento per il futuro.
La nostra Associazione si mette a disposizione per aprire un dibattito, studiare i documenti e quant’altro si voglia mettere in campo per approfondire l’argomento della strage che, come dice ancora Ugo, ci ha conferito la dignità di cittadini del nascente Stato italiano.

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