Il popolo, che non si lascia ingannare tanto facilmente quanto si crede dalle vuote apparenze di libertà, si astiene allora dovunque dall’interessarsi agli affari del comune e vive tra le sue mura come uno straniero.

Lo annunciamo ufficialmente: qualcuno ci dovrà rimborsare o, quanto meno, chiedere scusa. Ce lo aspettiamo e, fino ad allora, ci riteniamo legittimamente offesi.
Ecco. Vi rendiamo partecipi dell’increscioso fatto, in modo che la nostra indignazione sia condivisa. Mettiamo caso che due mesetti fa sia arrivata in redazione una lettera piuttosto “accesa”, che si concludeva con una provocazione: “Visto che siete sempre pronti a criticare tutti quelli che provano ad agire in politica e, così facendo, alimentate solo la schiera degli insoddisfatti cronici, provate voi ad ipotizzare un partito ideale”. Meraviglioso. Sfida accettata.
Ovviamente, sempre assecondando con estremo gusto l’italica tentazione di “buttarla in caciara” in modo direttamente proporzionale alla focosità delle provocazioni incassate.
Basta un attimo per buttare giù il progetto: le idee erano già tutte lì. Un partito piuttosto “variopinto”, con soggetti che, in un italiano maccheronico, presentavano costruzioni tanto futuristiche quanto strampalate, che conquistano voti con promesse paradossali, che introducevano bonus su bonus, che trasformavano strafalcioni in slogan apprezzati e che, in assenza di risposte, invitavano a sfogare il nervoso su un disgraziato a caso.
La campagna elettorale del nostro partito si fondava su un’idea chiara: lotta contro i tappi delle bottiglie di plastica, che ormai non si staccano più.
E giù di racconti assurdi di camicie sbrodolate prima di appuntamenti importanti, di un matrimonio saltato per il vestito da sposa rovinato da un sorso sbadato di Coca Cola e via dicendo. Oggettivamente, il risultato finale non era niente male.
Ok, qualche idea aveva il gusto delle esagerazioni di Antonio Albanese e del suo Cetto La Qualunque, ma la nostra era un’umile e riconoscente ispirazione, più che un malcelato plagio.
Tutto era pronto per la stampa, poi, a pochi giorni, un politico vero (cioè, nel senso di uno che davvero lo fa di mestiere) ci frega l’idea! Tutti ne parlano, centinaia di articoli lo riprendono, analizzano la questione, la sviscerano, gli oppositori si prendono addirittura la briga di rispondergli. Insomma, il nostro pezzo diventa vecchio come il pesce del mese scorso. Tutto da buttare.
“E mo’ che famo?”.
Abbiamo una bella voglia a pensarci, ma gli spunti migliori per strappare una risata sono già stati usati, anche se per ottenere effetti opposti. Il tempo è poco, l’ansia cresce, sfogliamo i quotidiani alla ricerca disperata di ispirazione, ma niente di originale: tutto è già stato usato. Tutto.
Solo nell’ultimo periodo (prima di questa pubblicazione) si è consumato un gustoso dissing tra altissime cariche pubbliche, tanto che a saper per tempo che il livello di comunicazione istituzionale era quello, sarebbero state infinite le intestazioni delle lettere passate da “Onorevole” a “Grandissimo Str…”.
Nel mentre, c’è un partito che, evidentemente dopo aver guardato in loop quel cult di “Weekend con il morto”, si è inventato una sorta di remake: “Campagna elettorale con la salma”. E che il cadavere di Silvio, secondo le ultime stime, muova circa 100 mila voti fa pensare all’ipotesi curiosa che essere governati da un defunto venga da molti preferito all’eventualità sciagurata di farsi guidare dai vivi.
Come dare loro torto?
Intanto, nel bel mezzo della bagarre per le Europee, il Governo procede spedito approvando una legge, per poi smentirla subito dopo con indignazione ed incassare applausi per averla tempestivamente bloccata, senza scomporsi minimamente davanti alla timida obiezione di aver fatto tutto da solo.
D’altronde, in pochi se ne accorgono, anche perché in aula, soprattutto in vista della bella stagione, le presenze calano drasticamente e, anche quelli che ci sono, spesso e volentieri ronfano alla grande, non scuotendosi nemmeno davanti al passaggio delle telecamere. “Non so, non c’ero e, se c’ero, dormivo” è passato da scusa incredibile a realtà legittimata da un profondissimo bisogno di coerenza…
D’altronde, se nemmeno l’evidenza delle prove intimorisce, ecco che diventa credibile tra politici e imprenditori giustificare tangenti e favoritismi scoperti, perché se lo fanno tutti, non c’è nemmeno bisogno al telefono di inventarsi un linguaggio in codice o di falsare un po’ la voce, tipo: “Faccio l’accento svedese?”.
E se anche il Papa si lascia andare ad uno slang riprovevole, capiamo due cose. Primo: in Vaticano, per avere un amico serve un miracolo; secondo: cosa bisogna inventarsi per fare satira?
Se solo in una settimana lo scenario politico nostrano è riuscito a sfornare questi capolavori, cosa possiamo inventarci noi, poveri disgraziati?
Bisogna alzare le mani davanti ai fuoriclasse.
Rimane giusto una vaga sensazione che i ruoli si siano ormai irreversibilmente invertiti e che, tolta anche la satira, l’ultimo gancio che ci univa alla politica sia definitivamente saltato.
Consumato irrimediabilmente lo strappo, però, servono nuove categorie e definizioni, perché si fatica a riconoscersi nelle vecchie: forse non siamo più cittadini in senso stretto (ovvero coloro che contribuiscono attivamente al processo di elaborazione delle decisioni collettive), ma non vorremmo nemmeno essere sudditi (ovvero coloro che sono sottoposti passivamente alle leggi dello Stato).
Quindi cosa siamo diventati?
Prendendo le distanze da una politica tanto assurda e distante da essere il gioco privato di un’èlite screditata, potremmo quasi quasi rinunciare volentieri ai diritti politici. In fondo, se la politica non si interessa a noi, perché noi dovremmo interessarci a lei? Ci basterebbe avere forti e garantiti diritti civili, perché ciò che ci tocca è lontano dal Governo, come anche la sensazione di poter incidere concretamente in qualche ambito pubblico.
Allora, probabilmente, la definizione più precisa in cui poterci riconoscere è quella di “straniero”: un estraneo che viene da altrove, che vive e che, solo quando ne ha voglia, alza lo sguardo verso l’alto, in attesa di capire cosa ne sarà degli ultimi cittadini senza politica e, soprattutto, cosa potrà esserne di una politica senza cittadini.



