Home / Attualità / I PANNI SPORCHI SI LAVANO IN FAMIGLIA

I PANNI SPORCHI SI LAVANO IN FAMIGLIA

“Se il problema è sistemico, la soluzione deve essere collettiva”.

La LUNA nuova, maggio 2026.

Laura Bettuzzi

Nel podcast “Tutti gli uomini” di Irene Facheris, da anni impegnata nella sensibilizzazione sulla violenza di genere, viene ripetuta costantemente questa frase: “Se il problema è sistemico, la soluzione deve essere collettiva”. Questa affermazione colloca nella sua vera dimensione una realtà strutturale che richiede l’impegno di tutta la società, per dare forma a un mondo in cui le donne possano permettersi di essere chi sono, senza rischiare la propria vita (fisica e non). Negli ultimi anni, anche nel nostro territorio sono aumentate notevolmente le campagne di sensibilizzazione su questo tema, promosse dalle istituzioni e dalle associazioni locali.
Lo spettacolo “Barbablù 2.0 – I panni sporchi si lavano in famiglia”, messo in scena domenica 10 maggio presso il Teatro Comunale di Palagano si inserisce all’interno di questi progetti e ha quasi raggiunto la trecentesima replica in dieci anni.
Grazie alla maestria e al talento degli attori Laura Negretti e Alessandro Quattro, che hanno rappresentato scene di vita quotidiana di una donna vittima di violenza (fisica, economica, psicologica, lavorativa e culturale) da parte del marito, tra il pubblico vibravano commozione, dolore e quasi fastidio per le dinamiche distruttive che scaturivano tra i due protagonisti.

Questo forte impatto emotivo rende perfettamente l’idea di come il problema sia assolutamente attuale e mai superato. Purtroppo, i soprusi descritti sul palco continuano a ripetersi identici nella quotidianità di moltissime donne.
A conferma di ciò, negli ultimi anni le richieste di aiuto pervenute al Centro Antiviolenza Distrettuale TINA di Sassuolo sono aumentate in modo notevole.

Al termine dello spettacolo si è tenuto un dibattito tra il pubblico, la rappresentante del Centro TINA, dott.ssa Francesca Bertacchi, e il rappresentante del Centro LDV (Liberiamoci dalla Violenza), dott. Michael Fanizza.
Il confronto ha fatto emergere, tra le altre, una domanda complessa: “Come mai, nonostante anni di sensibilizzazione, il numero delle donne vittime di violenza di genere continua ad aumentare?”.
La risposta emersa dal dibattito tocca due ambiti principali:

  • La maggiore capacità di riconoscimento: l’aumento delle denunce non indica necessariamente un incremento assoluto delle violenze, ma una maggiore consapevolezza delle vittime. Oggi le donne iniziano a identificare i segnali dell’abuso e a chiedere aiuto ai centri specializzati.
  • Il divario culturale nell’evoluzione dei ruoli: la progressiva presa di coscienza delle donne sul proprio valore e sulla possibilità di occupare spazi sociali, al di là degli ambiti affibbiati nei secoli, non corrisponde purtroppo a un’analoga accettazione di questo da parte del mondo maschile.
    Questa resistenza si traduce a volte in rabbia e violenza, come reazione alla perdita di controllo e all’instabilità dell’ordine precostituito.

Da qui emerge l’importanza cruciale del lavoro svolto sia dal Centro TINA sia dal Centro LDV, centro pubblico di accompagnamento al cambiamento per uomini maltrattanti, situato all’interno del Consultorio Familiare di Modena.
Quest’ultimo interviene per arginare il fenomeno alla radice. L’obiettivo principale è modificare i comportamenti di chi usa la forza come soluzione ai conflitti, aiutando a comprendere che la violenza stessa costituisce il problema principale.

In parallelo, il Centro TINA affianca all’accoglienza e al supporto delle vittime un profondo percorso etico e formativo. Si tratta di un impegno culturale orientato al riconoscimento del “femminile” come dimensione costitutiva della società. Un concetto che interroga l’intera comunità, uomini e donne, come parte di un’identità umana complessa e relazionale.

Non possiamo più pensare che questo problema riguardi sempre e solo le donne, né possiamo cullarci nell’illusione che non tocchi la nostra sfera personale. Ognuno di noi ha il dovere di dare il proprio contributo a quella “soluzione collettiva” evocata da Irene Facheris.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *