
Daniela Minozzi
Mesi orsono Papa Francesco, nel contesto di una sua presenza in una seguita trasmissione televisiva, pronunciò questa significativa frase: “Con il male non si può dialogare”.
La risposta all’inevitabile interrogativo conseguente, in cosa sia il male, andando anche a ritroso nel tempo di decine di secoli nella storia dell’Umanità e considerando inoltre la modalità più cruenta ed estesa dello stesso (mi riferisco alla guerra) è semplice e complessa allo stesso tempo. Parecchi di noi si sono posti e si pongono la stessa domanda: che cos’è il Male?
Una delle possibili risposte che, già parecchi anni fa, cercai di darmi, e che mi sembra tuttora attinente al vero, fu questa: il male consiste in ogni mancanza d’amore. In una concezione quindi dello stesso generica ed onnicomprensiva si intende per “male” tutto ciò che arreca danno, agli esseri umani e all’ambiente in toto; e se invece, con il termine “amore”, si comprendono parole, pensieri, atti, azioni come la cura, l’attenzione (in senso lato), il preservare qualcuno o qualcosa nella sua integrità, ci si chiarisce meglio a cosa si riferisca questa risposta che mi diedi.
La mancanza di cura include l’indifferenza, il non occuparsi, il non agire quando sarebbe necessario o auspicabile farlo. Riassumendo in tre semplici parole: non mi riguarda. Quante conseguenze negative e dannose scaturiscono da tale atteggiamento! Quanto disamore!
Le parole di Papa Francesco compiono poi un ulteriore passo in avanti: vanno oltre. Lui si riferisce alla comunicazione tra le persone, tra esseri, si presuppone, umani e che esplicitino chiaramente le caratteristiche di questa loro umanità.
Con il male non si può dialogare.
In relazione a quest’importante assunto, insito di valori etici, si potrebbe a lungo argomentare. Mi limito ad alcune considerazioni, frutto dell’esperienza di vita mia e di altre persone, frutto del mio pensiero e che riguardano naturalmente, o almeno così mi auspico, la maggioranza di noi persone comuni. Spesso ci si lamenta degli altri ponendo l’accento su atteggiamenti e/o parole che possono risultare oggettivamente ed anche soggettivamente discutibili.
Soffermandoci troppo su tali aspetti rischiamo di perdere di vista la positività complessiva di colei o colui che tendiamo negativamente a criticare; quando poi succede che tra due interlocutori che s’approcciano per un chiarimento e sono, ad esempio, vicini di casa o colleghi di lavoro può succedere di peggio: è sufficiente una sola parola perché l’altro si alteri ed alzi la voce. A questo punto può risultare arduo, per chi si trova coinvolto in tale modalità relazionale, mantenere la calma. Così è dato di assistere ad un penoso teatrino dell’incomunicabilità umana. Il dialogo prevede, come si evince anche dalla sua etimologia, un discorso a due in cui alternativamente si parla e si ascolta cercando soprattutto di comprendere il più possibile le parole e quindi le ragioni dell’altra persona.
Vogliamo disquisire del silenzio? Di quel silenzio di non accettazione, di rifiuto, d’indifferenza o di disapprovazione? Di rinuncia volontaria a venirsi realmente incontro? Mi fermo qui.
Ritengo che in questo scritto ci siano spunti di riflessione in grado di aiutarci a riconoscere appunto il male in determinate modalità di comunicazione e sia quindi possibile cercare di migliorare il dialogo tra noi esseri umani. Non sempre è facile un dialogo autentico: è però possibile ed auspicabile.
Il contrario di ciò conduce effettivamente ad un malessere foriero di altre negative ripercussioni sulla vita personale e sociale.




