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CON IL MALE NON SI PUO’ DIALOGARE

La LUNA nuova, dicembre 2024.

Daniela Minozzi

Mesi orsono Papa Francesco, nel contesto di una sua presenza in una seguita trasmissione televisiva, pronunciò questa significativa frase: “Con il male non si può dialogare”.
La risposta all’inevitabile interrogativo conseguente, in cosa sia il male, andando anche a ritroso nel tempo di decine di secoli nella storia dell’Umanità e considerando inoltre la modalità più cruenta ed estesa dello stesso (mi riferisco alla guerra) è semplice e complessa allo stesso tempo. Parecchi di noi si sono posti e si pongono la stessa domanda: che cos’è il Male?
Una delle possibili risposte che, già parecchi anni fa, cercai di darmi, e che mi sembra tuttora attinente al vero, fu questa: il male consiste in ogni mancanza d’amore. In una concezione quindi dello stesso generica ed onnicomprensiva si intende per “male” tutto ciò che arreca danno, agli esseri umani e all’ambiente in toto; e se invece, con il termine “amore”, si comprendono parole, pensieri, atti, azioni come la cura, l’attenzione (in senso lato), il preservare qualcuno o qualcosa nella sua integrità, ci si chiarisce meglio a cosa si riferisca questa risposta che mi diedi.
La mancanza di cura include l’indifferenza, il non occuparsi, il non agire quando sarebbe necessario o auspicabile farlo. Riassumendo in tre semplici parole: non mi riguarda. Quante conseguenze negative e dannose scaturiscono da tale atteggiamento! Quanto disamore!
Le parole di Papa Francesco compiono poi un ulteriore passo in avanti: vanno oltre. Lui si riferisce alla comunicazione tra le persone, tra esseri, si presuppone, umani e che esplicitino chiaramente le caratteristiche di questa loro umanità.
Con il male non si può dialogare.
In relazione a quest’importante assunto, insito di valori etici, si potrebbe a lungo argomentare. Mi limito ad alcune considerazioni, frutto dell’esperienza di vita mia e di altre persone, frutto del mio pensiero e che riguardano naturalmente, o almeno così mi auspico, la maggioranza di noi persone comuni. Spesso ci si lamenta degli altri ponendo l’accento su atteggiamenti e/o parole che possono risultare oggettivamente ed anche soggettivamente discutibili.
Soffermandoci troppo su tali aspetti rischiamo di perdere di vista la positività complessiva di colei o colui che tendiamo negativamente a criticare; quando poi succede che tra due interlocutori che s’approcciano per un chiarimento e sono, ad esempio, vicini di casa o colleghi di lavoro può succedere di peggio: è sufficiente una sola parola perché l’altro si alteri ed alzi la voce. A questo punto può risultare arduo, per chi si trova coinvolto in tale modalità relazionale, mantenere la calma. Così è dato di assistere ad un penoso teatrino dell’incomunicabilità umana. Il dialogo prevede, come si evince anche dalla sua etimologia, un discorso a due in cui alternativamente si parla e si ascolta cercando soprattutto di comprendere il più possibile le parole e quindi le ragioni dell’altra persona.
Vogliamo disquisire del silenzio? Di quel silenzio di non accettazione, di rifiuto, d’indifferenza o di disapprovazione? Di rinuncia volontaria a venirsi realmente incontro? Mi fermo qui.
Ritengo che in questo scritto ci siano spunti di riflessione in grado di aiutarci a riconoscere appunto il male in determinate modalità di comunicazione e sia quindi possibile cercare di migliorare il dialogo tra noi esseri umani. Non sempre è facile un dialogo autentico: è però possibile ed auspicabile.
Il contrario di ciò conduce effettivamente ad un malessere foriero di altre negative ripercussioni sulla vita personale e sociale.

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