
In quei giorni di fine aprile la terra portata dagli scarponi stanchi e lo zaino pieno attraversavano il corridoio sconosciuto che scandiva un ordine nuovo a una nuova vita che non avevamo scelto.
Giulio, mio marito, tutti i giorni portava, tra i piedi stanchi, nella casa di Palagano, la terra della frana assieme a un po’ di formaggio da vendere. Quei suoi passi sul sentiero per tornare a casa, sulle crepe della terra che ci aveva mostrato, ancora una volta, che i progetti degli umani sono piccoli e insignificanti.
Quei suoi passi in pericolo tornavano là, a non mollare, solo. Distrutto dentro, ferito da tanto, troppo.
Escavatori per mesi hanno circondato La Lissandra, grandi bestie meccaniche capaci ormai di fare ogni cosa. Nessuna benna, nessun ferro, nulla mai si è affacciato sulla grande curva all’Azienda che i primi giorni di primavera aveva iniziato a ingrassare di verde.
Nessuno.
La natura piano piano, nei mesi, si riprendeva casa nostra e il silenzio forse l’aveva addirittura cancellata?
Nella casa a Palagano pensavo a Giulio come a un guerriero che con la spada distruggeva le enormi spine che gli impedivano ogni giorno di raggiungere la fattoria, i nostri animali, i nostri ricordi, la nostra vita.
E se gli fosse successo qualcosa? Chi lo avrebbe trovato? Chi lo avrebbe soccorso?
Mentre nella casa a Palagano spiegavo ai miei figli che la nostra casa non era “rotta”, e che al più presto saremmo tornati a casa. Perché quella vecchia mulattiera in zona sicura c’era, e sicuramente noi, baluardo contro l’inselvatichimento della montagna, eravamo una priorità. A Giulio, invece, tra le sedie di una stanza, negavano il futuro, il lavoro, la sua intera vita.
Di quei giorni ricordo la mattina, la finestra della cucina, la fissavo attonita mentre il caffè mi riportava alla realtà dopo l’ennesima notte insonne. Pensavo a cosa e come avrei raccontato ai miei ragazzi a scuola quando avrei parlato di giustizia e di libertà. Pensavo ai miei figli, a quando mi chiedevano di andare al parco, di giocare, di stare con loro e invece ero solamente triste e delusa.
Il tempo è un bene prezioso, una delle poche cose nella vita che non si può comprare, e qualcuno me lo stava rubando. Pensavo al quadro “Il Mangiafagioli” di Carracci dove il poveraccio che mangia si tiene stretto anche il pane. È proprio vero che finché abbiamo il piatto pieno di ciò che ci circonda ce ne importa davvero poco.
Così una sera io e Giulio ci siamo promessi che avremmo fatto di tutto per avere giustizia. Per guardare negli occhi i nostri figli e dirgli che questo mondo si può cambiare e che il mare è fatto di gocce. Perché troppo spesso le ingiustizie che subiscono i nostri vicini non le vediamo, poi ci indignamo per quelle più grandi e più lontane.
Ci siamo rialzati, piano piano, in silenzio abbiamo combattuto la nostra battaglia.
Abbiamo vinto? Alcuni dicono di sì, io penso ancora di no. Ma ho tempo e pazienza, e ad essere tenace mi ha insegnato mia madre per tutta la sua vita.
Quando penso a quello che abbiamo passato e che ancora stiamo passando mi viene in mente Serafino quando dice la verità e lo “fan passar per matto”, così come a quando Pirandello scrive: “Basta che lei si metta a gridare in faccia a tutti la verità. Nessuno ci crede, e tutti la prendono per pazza”.
74 giorni. L’azienda agricola La Lissandra, i nostri animali e la nostra casa sono ancora isolati. Noi ancora in esilio, nessun contributo economico, nessuna strada alternativa.
Tante le persone che ci hanno tenuto l’ombrello mentre pioveva forte.
Grazie.
Elena Cervetti
(Lettera ricevuta il 3 luglio 2025)

